Leggere Virginia Woolf attraverso il cibo: ritratto di una donna che fa ancora paura

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Leggere Virginia Woolf attraverso il suo rapporto con il cibo: un tentativo di comprendere la personalità di una scrittrice governata da impulsi spesso opposti. Un’ulteriore dimostrazione che cibo e cultura possono essere chiavi di lettura per cercare di dare risposte a domande complesse. Ma chi è Virginia? Una donna nevrotica, taciturna, depressa, scorbutica, frigida, con un naso pronunciato e con gli occhi rivolti sempre verso il basso? O, al contrario, una persona allegra, intelligente, ironica, vivace, giocherellona? O forse non esiste una sola Virginia? Probabilmente solo una donna scossa da contraddizioni, spesso malata, consapevole della sua “poliedricità”. Di certo una scrittrice anticipatrice di quella realtà che pochi ancora scorgono: la morte del romanzo ottocentesco decretata dagli orrori della Grande Guerra. A lei dobbiamo le sperimentazioni linguistiche, la scrittura dei monologhi interiori, il coraggio di rendere pubbliche idee non convenzionali. É una donna che rincorre “visioni”, di cui non ha paura. Anzi, le affronta, le studia, le propone alla riflessione altrui.

Leggere Virginia Woolf, ovvero le donne e il cibo

«Ho una sola passione nella vita – cucinare». Lo scrive Virginia Woolf in una lettera a Vita Sackville-West, nel 1929. Una passione che la scrittrice condivide con molte donne dell’epoca, recluse all’interno di pareti domestiche invalicabili. Nessuno stupore: il cibo per le donne ha rappresentato da sempre potere, seduzione, gioco, esercizio di creatività. Come scrive Massimo Montanari: «Sempre, la tavola rimane il luogo per eccellenza attorno a cui si concentrano valori e ideologie, si scambiano segni e messaggi, si esprimono sentimenti e passioni”. Nel corso dei secoli l’uomo ha procacciato il cibo, la donna lo ha preparato e lo ha cucinato. L’economia domestica è stato per lungo tempo il regno femminile incontrastato: le donne hanno deciso il menù, la successione delle portate, la disposizione a tavola dei commensali. Il cibo è diventato anche  un’arma a disposizione per ribellarsi, per rivendicare una libertà spesso negata dalla società. Lo si poteva rifiutare o si potevano usare i banchetti per partecipare alla vita politica. Il cibo è stato un modo per guadagnarsi un ruolo sociale, ricordiamoci che la beatificazione di molte sante passa attraverso la scelta di digiunare. Così  il potere domestico si è trasformato in potere pubblico. Skakespeare in diverse tragedie descrive molto bene il tentativo femminile di diventare protagoniste della politica.Leggere Virginia Woolf attraverso il cibo: ritratto di una donna che fa ancora paura Un esempio per tutte Lady Macbeth: non organizza solo un banchetto, ma una macchinazione di carattere politico. É Lady Macbeth poi a offrire bevande drogate alle guardie del re, gesto che enfatizza il suo controllo sul cibo. Nel 700 con l’ascesa della borghesia si aprono le Coffee Houses destinate agli uomini e i Tea Shops for Ladies e i Tea Gardens per le donne. Si cominciano a pubblicare numerosi libri di cucina: raffinati e complessi per gli chef, tutti uomini, e semplici e facili per cuochi, tutte donne. Nei romanzi ottocenteschi di Jane Austen spesso si sottolinea la fortuna di alcune donne di essere state allevate lontano dai fornelli. In “Emma” il rifiuto della protagonista del cibo è una chiara protesta nei confronti di una società che vuole le donne maritate e madri.

Leggere Virginia Woolf: la dimostrazione che cibo è cultura

Virginia Woolf nel 1927 in una lettera a Nelly C. rivendica per il cibo una dignità letteraria. “Perché la letteratura non tratta mai di roba da mangiare? Eppure ci si pensa sempre! Si potrebbe dar vita a una nuova scuola, con aggettivi ed epiteti nuovi, che daranno emozioni belle e strane, assolutamente inedite». In Virginia il cibo è metafora della vita: “Una bella cena é importante per una buona conversazione. Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si è mangiato bene”. Avere il gusto del cibo equivale a sapersi godere la vita. Venti giorni prima di suicidarsi la scrittrice annota riflessioni legate al cibo. É consapevole che la malattia rifà capolino, questa volta in modo assai aggressivo. Si rende conto che le parole, unico farmaco che fino a quel momento l’aveva salvata, non bastano più. La malattia si palesa attraverso l’avversione per il cibo. Alcuni hanno scritto che la Woolf fosse anoressica. Forse una definizione semplicistica. Il marito, Leonard, scrive che la moglie, fino al sopraggiungere della malattia, ama tutti i piaceri della vita, compreso il cibo. Virginia affronta i disturbi cercando di andare oltre i bisogni naturali, fra questi il mangiare.Leggere Virginia Woolf attraverso il cibo: ritratto di una donna che fa ancora paura É la lotta contro quel vuoto di cui Emily Dickinson scrive: “…questa fame fredda, senza sosta, senza fine…”. É più corretto dire che Virginia ha un rapporto conflittuale con il cibo, simbolo di vita, per lei dolorosa, ma nello stesso tempo amata. La scrittrice inglese scrive spesso di cibo, anche in modo assai arguto. In “Una stanza tutta per sé”: “ É curioso come gli scrittori tendano a farci credere che i pranzi siano invariabilmente memorabili per qualcosa di molto spiritoso che vi si é detto o per qualcosa di molto saggio che vi é accaduto. Ma raramente essi dedicano qualche parola al racconto di ciò che nel corso di quei pranzi si é mangiato. Fa parte della convenzione narrativa non nominare minestra, salmone, e carne d’anatra, come se minestra, salmone e carne d’anitra non avessero la benché minima importanza, come se nessuno mai fumasse un sigaro o bevesse un bicchiere di vino”. Rende il mangiare degno di essere considerato argomento letterario descrivendo se stessa con allegorie legate al cibo: si immagina di stare in un acino d’uva, di vivere come un insetto in un biscotto, di sentirsi molle come un pezzo di maccherone. É un tratto che la accomuna a Emily Dickenson, che si descrive  piccola come un uccelletto, con i capelli come la scorza ispida di un frutto di bosco e con gli occhi del colore e della densità di un liquore dolce che l’ospite di passaggio lascia nel bicchiere senza averlo bevuto, senza averlo conosciuto fino in fondo.

Chi ha paura di Virginia Woolf?

Leggere Virginia Woolf è ancora oggi avvincente, significa scoprire quella complessità dell’essere femminile che spesso non è compresa. Perché tutti pensano che le donne si svalutino quando descrivono le ragioni del loro svilimento? Perché il fatto che le donne siano paradossali, inspiegabili, volubili, talvolta autodistruttive, spaventa tanto? Chi ha ancora paura di leggere Virginia Woolf?

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