4 libri per l’estate da divorare come piatti di una cena golosa (+4 per un pranzo)

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Cibo è cultura e allora vi proponiamo 4 libri per l’estate, da mettere in valigia. Abbiamo pensato di suggerirveli come se fossero i piatti di una cena golosa. O di un lungo pranzo, che si ripete variando nei giorni. Monica Viani vi propone una cena golosa, Daniela Ferrando un pasto amoroso. A voi la scelta, senza abbuffarvi potete scegliere entrambi!

4 libri per l’estate

Grazia Deledda l’ antipasto giusto …soprattutto se vai in Sardegna

Per Grazia Deledda, la scrittrice sarda, che meglio ha descritto la società agropastorale di un’isola dove il cibo riveste un ruolo sociale importante, imbandire la tavola è un segno di convivialità, ma anche un atto di amore per la propria terra. É radicamento nella cultura, è difesa di se stessi e dei propri cari, in una realtà fatta di povertà. Il cibo sardo, nella sua ricchezza di gusti, è il superamento della miseria, è un dono. Tutto questo lo ritrovate nella raccolta di novelle “Chiaroscuro”.

4 libri per l'estate: Grazia Deledda e la raccolta Chiaroscuro

Per la festa di Sant’Anastasio le famiglie anche le meno abbienti del villaggio, anche quelle che eran cariche di debiti o che avevano i figli agli studi, apparecchiavano la tavola, vi mettevan su mucchi di focacce, taglieri colmi di carne arrostita allo spiedo, formaggio, giuncata, vino e miele e aprivan la porta a chi voleva entrare a banchettare. Gli ospiti venuti dai paesi vicini, i poveri e i monelli del villaggio accorrevan come mosche: più ne venivan più i padroni erano contenti, non solo, ma nel pomeriggio, mentre le campane suonavano a distesa e pareva annunziassero che nel mondo triste era finalmente cominciato il regno di Dio, intere giovenche e colonne di focacce venivano distribuite a porzioni eguali […] agli ospiti e ai poveri che così portavano a casa, ai vecchi invalidi, agli infermi, alle donne vergognose, la cena e anche il pranzo per l’indomani”. (“Un po’ a tutti”)

Marguerite Duras ci racconta il riso…indispensabile per molti primi piatti estivi

“L’Amante” di Marguerite Duras, è un libro duro, la cui trama è costruita da frammenti di ricordi, la storia di un rapporto tra due sconfitti che cercano di avere ciò che l’altro possiede. Lei, troppo povera, i privilegi di lui; lui, ricchissimo ma cinese, ciò che è lei, il suo corpo femminile. Per  Marguerite è inammissibile poter godere, tantomeno provare sentimenti, per un “un amante giallo” che non dovrebbe neppure toccare una piccola borghese bianca. L’ Indocina descritta dalla Duras è anche quel riso che esprimeva speranza, ma anche dolore, perdita.

4 libri per l'estate: Marguerite Duras e L'Amante

“Costruito che fu il villaggio, la madre vi sistemò tre famiglie, diede loro riso, barche e di che vivere fino al raccolto delle terre bonificate. Il momento propizio alla costruzione della diga arrivò […] Era venuta la stagione delle piogge. La madre aveva abbondantemente seminato vicino al bungalow. Gli stessi uomini che avevano costruito la diga erano venuti a trapiantare il riso nel grande quadrilatero chiuso dalle diramazioni degli sbarramenti. Due mesi erano passati. La madre scendeva sovente per veder crescere le piantine, che diventavano via via più verdi e alte fino alla grande marea di luglio. Poi, in luglio, il mare era salito come sempre all’assalto della piana. Gli sbarramenti non erano abbastanza potenti, erano stati corrosi dai granchi nani delle risaie. In una notte, sprofondarono”.

Un secondo piatto…davvero sostanzioso firmato Thomas Mann

Un piatto sostanzioso: “I Buddenbrook” di Thomas Mann, ovvero la storia della decadenza di una famiglia della ricca borghesia mercantile tedesca di fine 800. Il romanzo di Mann, più che una ricostruzione storica di una crisi economica, è la descrizione del dramma psicologico che coinvolge un intero nucleo famigliare. Il fallimento pesa come un destino annunciato e ineludibile, nessuno spazio per il riscatto. Non solo: ricordando Shopenhauer si riflette sul legame vita e morte, successo e caduta, inesorabile dopo il raggiungimento dell’affermazione sociale ed individuale. La vita è guidata da una forza irrazionale, invincibile che porta sempre verso una tragica fatalità a cui non si può sfuggire. E il cibo? Mann descrive  lunghi pranzi o cene opulente, dove si vuole ostentare la ricchezza della famiglia. La stessa salute dei protagonisti è legata a ciò che mangiano e peggiora sempre più con l’avvicinarsi della fine. La tavola non è espressione di gioia, ma diventa luogo di coercizione, di obbligo sociale.

4 libri per l'estate: Buddenbrook di Thomas Mann

“Il dottor Grabow invece, coetaneo del console, con un viso lungo, buono e mite che sorrideva tra due scopettoni radi, contemplava le focacce, i pani con l’uvetta e le varie saliere colme, messi in mostra sul tavolo. Erano <il pane e il sale> che parenti e amici avevano mandato alla famiglia in occasione del cambiamento di casa. Ma poiché si doveva vedere che i doni provenivano da gente altolocata, il pane era rappresentato da focacce dolci, ricche e drogate, e il sale era contenuto in saliere d’oro massiccio”.

….

“Molto bene Gerda. Sei stata bravissima. Non abbiamo avuto da vergognarci…Bisogna che alla gente posata piaccia mangiare in casa nostra. Un pranzo così costa un po’ di più…ma non è denaro investito male”

Un fine pasto per chi non vuole il dolce: il formaggio raccontato da Italo Calvino

Chi è Palomar? É il protagonista dell’ultimo libro scritto da Italo Calvino, è lo stesso scrittore, è l’uomo contemporaneo dilaniato dallo smarrimento, dall’inquietudine generata dall’incapacità di vivere in armonia con il mondo circostante. La realtà è sinonimo di precarietà, incapacità di comunicare, angoscia nei confronti di un futuro che non si sa più disegnare. Se si distruggono le utopie che servono per migliorare la condizione umana e che contribuiscono a creare un “senso” diverso, si è costretti a vivere in un presente “senza né porte né finestre”. Si vive con la triste consapevolezza di essere considerati non più uomini ma merce in un mondo dove regna l’acquisto compulsivo. Come reagire? Con la ricerca della conoscenza. E il cibo? Nel brano che riportiamo il formaggio esprime un desiderio, un desiderio che non si realizzerà. Il formaggio di Palomar è un desiderio assoluto, non determinato da una volubile voglia. Avere a disposizione troppi beni  spesso equivale all’impossibilità di un reale soddisfacimento. Lo stesso Palomar non riescirà a godere: gli è preclusa la naturalezza e quella libertà che dà accesso alla spontaneità. L’eccessiva offerta uccide l’espressione più istintiva dei desideri. La formaggeria si trasforma in un dizionario, lo allontana dall’esperienza dei sapori. Quando la commessa lo invita ad ordinare, Palomar non sa ascoltare il suo desiderio, rimanendo imprigionato nel convenzionale. Quando l’uomo, nella società globalizzata, diventa cliente non ha scampo: perde i suoi desideri.

4 libri per l'estate: Italo calvino e Palomar

Questo negozio è un museo: il signor Palomar visitandolo sente, come al Louvre, dietro ogni oggetto esposto la presenza della civiltà che gli ha dato forma e che da esso prende forma. Questo negozio è un dizionario; la lingua è il sistema dei formaggi nel suo insieme: una lingua la cui morfologia registra declinazioni e coniugazioni in innumerevoli varianti, e il cui lessico presenta una ricchezza inesauribile di sinonimi, usi idiomatici, connotazioni e sfumature di significato, come tutte le lingue nutrite dall’apporto di cento dialetti. ..

Estrae di tasca un taccuino, una penna, comincia a scriversi dei nomi, a segnare accanto a ogni nome qualche qualifica che permetta di richiamare l’immagine alla memoria; prova anche a disegnare uno schizzo sintetico della forma…
– Monsieur! Houhou! Monsieur! – Una giovane formaggiaia vestita di rosa è davanti a lui, assorto nel suo taccuino. È il suo turno, tocca a lui, nella fila dietro di lui tutti stanno osservando il suo incongruo comportamento e scuotono il capo con l’aria tra ironica e spazientita con cui gli abitanti delle grandi città considerano il numero sempre crescente dei deboli di mente in giro per le strade. L’ordinazione elaborata e ghiotta che aveva intenzione di fare gli sfugge dalla memoria; balbetta; ripiega sul più ovvio, sul più banale, sul più pubblicizzato, come se gli automatismi della civiltà di massa non aspettassero che quel suo momento d’incertezza per riafferrarlo in loro balìa”.

In alternativa, un lungo pasto amoroso: le portate sono quattro

4 libri doppiamente famelici: quartetto di alessandria
Come mio contributo a questo pasto letterario, io – Daniela Ferrando – porto una tetralogia. Ed è il cosiddetto “Quartetto di Alessandria” di Lawrence Durrell: “Justine” “Balthazar” “Mountolive” e “Clea”, composti sul finire degli anni ’50. Ogni volume ha il nome di un personaggio protagonista. Il quartetto è una sorta di indagine sull’amore e sull’eros, sull’amore malato, sull’amore clandestino, sull’amore ossessionante, sull’amore perfetto, definitivo. Lo paragonerei a una teoria di pranzi e cene estivi, simili ma diversi, ombreggiati o assolati. Che vedono seduti a tavola gli stessi amici e amanti. Con qualche defezione e qualche ritorno, ma sempre loro.

Tre dei quattro libri raccontano gli stessi eventi, cambiando il punto di vista. Il quarto ne è l’evoluzione. L’ambiente è quello che ruota intorno all’intellighenzia (ma anche intelligence) e alla diplomazia internazionale in Egitto degli anni tra le due guerre lo sfondo principale è quello, tremolante e luccicante, assordante e misterioso, di Alessandria d’Egitto. La città di Alessandro, Apollonio Rodio, Plotino e Kavafis, i cui versi di amore omosessuale ricorrono tra le pagine. Una città che “più la odiamo e più le apparteniamo”.

Forse non tutti sanno che dal “quartetto” fu tratto anche un film: “Rapporto a quattro” del 1969. Ma volete mettere centellinare le pagine, fine alla fine della storia.

Monica Viani e Daniela Ferrando

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