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Rabelais, Gargantua e Pantagruel: il cibo è cultura (il futuro passa da qui?)

Rabelais, Gargantua e Pantagruel. Continua il nostro interminabile viaggio per dimostrare che cibo è cultura. Chi è Rabelais? Lo scrittore del grottesco, ovvero di quella forma letteraria che esalta le contraddizioni dell’esistenza umana e che ricorda come spesso la distruzione e la dissacrazione siano indispensabili per affermare il nuovo. Rabelais, nell’ XVI secolo, con Gargantua e Pantagruel, ha guardato oltre il suo tempo: ha anticipato il futuro.

Ha nobilitato quella cultura considerata “bassa”, eliminando quei confini che la distinguevano da quella aulica. Ha costruito un calderone (simile a quello che sono oggi i social?) dove si sono mescolate false verità, visioni surreali, risate, immagini indecenti e una rappresentazione della vita e della morte che prevedeva l’esaltazione del ridere. Ci ha fatto comprendere che il riso è in grado di costruire una “visione del mondo” alternativa a quella “seria”, che lo tollerava solo in poche feste come il Carnevale allo scopo di vincere le paure e i tabù. Il riso è legato al cibo, al bere, ai banchetti, all’abbondanza, al sesso, alla nascita, dunque al futuro. Rabelais, Gargantua e Pantagruel ci possono aprire uno spiraglio per leggere il nostro futuro?

Rabelais, Gargantua e Pantagruel: come nacque Pantagruel, ovvero come l’uomo incontra il mondo mangiando

“E siccome Pantagruele nacque proprio quel giorno, suo padre gli diede il nome che gli diede, perché, in greco, dire panta è come dire tutto e gruel, in lingua agarena, è lo stesso che dire assetato; volendo significare così che alla nascita del figlio tutto il mondo era in preda alla sete, ed anche preannunciare, con ispirata chiaroveggenza, che un giorno egli sarebbe diventato re degli assetati, come del resto gli fu preconizzato per altri segni evidenti nella circostanza medesima.

Infatti, nel mentre che la madre Badalocca stava per metterlo al mondo e le comari aspettavano per riceverlo, dal ventre della partoriente si videro uscire prima sessantotto mulattieri ognuno dei quali tirava per la cavezza un mulo stracarico di sale; seguirono poi nove dromedari carichi di prosciutti e lingue di bue affumicate e sette cammelli carichi di anguille salate; e poi venticinque carrette di porri, agli, cipolle e cipollette. Questo spaventò enormemente le levatrici”.

Rabelais, Gargantua e Pantagruel per comprendere il folklore digitale?

Di certo gli aggettivi “gargantuesco” e “pantagruelico” hanno acquisito un significato che ha segnato l’evoluzione della cultura moderna e contemporanea. Rileggere Rabelais ci può aiutare a leggere il folklore digitale? Dopotutto la Rete ha creato un suo linguaggio, una sua comunità che risponde a una cultura che non è più quella di solo 10 anni fa. Cultura “bassa” contro quella aulica?

Le faccine, gli unicorno possono essere l’equivalente del mondo descritto da Rabelais? I giganti dello scrittore francese sono persone che interpretano il mondo attraverso espressioni scurrili, barzellette sconce, ma anche il tentativo di liberarsi dalle rigide strutture etiche medievali. Lo sono anche i nuovi simboli che vanno per la maggiore sui social?

Sorge una terribile domanda, di cui temo la risposta. Se la Rete è nata come “libera autostrada” per fare circolare idee che dovevano superare il drammatico crollo delle ideologie che avevano insanguinato il 900, oggi possiamo affermare che ha costruiro una agorà democratica? O, invece, al contrario  siamo giunti, con la sua evoluzione, all’instaurarsi di una nuova società “neo-feudale”? La Sharing economy è diventa uno strumento di pochi “signorotti della Rete” che, millantando la democrazia, se ne fanno in realtà beffa, costringendoci alla schiavitù?

Le verità si accavallano, si perde il filo del discorso, non ci si ricorda più chi e come ha iniziato una discussione. Si delinea un futuro dai contorni gotici. Tutto rimanda ad altro, tutto diventa un insieme di citazioni difficilmente verificabili (la post-verità?). Passato, presente e futuro si fondono in “un senza tempo”. La scienza è messa in discussione in nome di diaboliche congiure. Trionfa il complottismo. Alla razionalità si sostituisce il culto della verità, che costruisce un linguaggio evocativo e giudicante.

In un quadro che può sembrare negativo, si accende una speranza: i 4 miliardi circa di navigatori dei social riusciranno oltre che a condividere anche a controllare la gran massa di informazioni e ad aprire un dialogo veramente democratico, dove ogni voce abbia la possibilità di esprimersi e di raccogliere consensi?

Come affronteremo il grande paradosso? Se da un lato il nostro pensiero si sta rapidamente dirigendo verso il periodo pre-umanista, come affronteremo le istanze poste dall’avanzare della neuroscienza e dal dominio della tecnologia? Ci aiuteranno Rabelais, Gargantua e Pantagruel?

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Written by Monica Viani

Giornalista e blogger specializzata in enogastronomia e travel, non amo i confini e i pregiudizi, nemmeno quando mi siedo a tavola. In un calice di vino, in un piatto si nascondono storie, speranze e gioie di interi popoli. Cibo è cultura, contaminazione, convivialità, potere e tante altre cose da indagare con spirito famelico. Con Fabrizio Bellavista e il suo sguardo aperto al futuro, cerco di affrontare il mondo del cibo in chiave culturale. Il mio unico imperativo categorico? Mai fermarmi al primo morso, ma divorare tutto ciò che può essere degustato!

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