Le avvelenatrici: quando il cibo diventa arma per rivendicare la propria identità

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Cibo e cultura procedono di pari passo. Fin dai tempi più remoti la figura delle avvelenatrici ha affascinato scrittori e lettori. Vittime o carnefici? Donne temute, spesso protagoniste di romanzi, film e serie TV di successo, usano il veleno per rivendicare la propria identità e il proprio ruolo nella società. Chi non conosce Lucrezia Borgia e la sua storia? Vi siete poi chiesti perché le donne furono per molto tempo lontane dalle cucine dei signori e dei signorotti? Le loro ricette potevano essere…fatali!

Donne, veleni e… morte

avvelenatrici: storie di donne che tramite il veleno rivendicano la loro identità

La figura dell’avvelenatrice ha affascinato diversi scrittori. Io ho scelto un racconto poco conosciuto di Alexandre Dumas: “L’avvelenatrice”. Lo scrittore francese racconta la storia della marchesa di Brinvillers, spietata serial-killer del XVII secolo che non si fece scrupolo di uccidere, avvelenandoli, parenti e conoscenti. Insieme al suo amante, ex prigioniero della Bastiglia, Marie-Madaleine aveva  imparato l’arte di maneggiare i veleni e i due erano diventati presto complici di numerosi omicidi, utilizzando con estrema freddezza ignari membri della servitù come cavie, per poi passare alle vittime designate. La colpa delle inconsapevoli vittime? Costringerla ad avere un comportamento adatto alla moralità dell’epoca. Alexandre Dumas riprende i fatti, li segue rigorosamente, ricordando l’inchiesta giudiziaria, ma il racconto non è solo una ricostruzione storica: è il ritratto di una donna che vive la sua epoca, che accetta inconsapevolmente il ruolo che le viene affidato. Si sposa, diventa assassina, si pente perché le viene imposto. La sua consapevolezza di essere un’assassina nasce con i colloqui con il Dottor Pirot, il quale “guida” anche il suo pentimento. In fondo anche nel momento della morte assume quel ruolo che la società le dà. Rivede la sua vita, prova dolore, ma non trova le parole adatte per raccontare la sua versione. Lo stesso Dumas la descrive seguendo gli stereotipi della donna dell’epoca: “A ventott’anni la marchesa di Brinvillers era in tutto lo splendore della beltà: di statura piccola, ma di forme perfette, aveva volto tondo, d’incantevole leggiadria. Le sue fattezze, tanto più regolari in quanto non erano mai alterate da alcuna impressione interna, sembravano quelle di una statua che, per un potere magico avesse momentaneamente ricevuta la vita e ciascuno poteva prendere per il riflesso della serenità di un’anima pura quella fredda e crudele impassibilità che non era se non una maschera per coprire il rimorso”. La marchesa aveva un’unica arma per cercare di vivere affermando se stessa: la bellezza. Una bellezza imperturbabile, capace di nascondere un’identità che forse stentava a prendere forma. Le donne sono state spesso vittima della ricerca di un’immagine esteriore imposta dalla società e non possiamo dirci di esserci liberate del tutto neppure oggi di questa tirannia. Basta aprire Fb e ci rendiamo conto quanto ancora si preferisca un’immagine “falsa” rispetto all’autenticità. Ma alla fine la marchesa di Brinvillers è colpevole? Il romanzo termina con la sua condanna a morte. Oggi sarebbe processata sui social, si chiederebbe per lei un “giudizio popolare” e alla fine probabilmente si arriverebbe alla medesima sentenza. Corsi e ricorsi storici!

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