Antonia Pozzi: fame di vita, fame di ascolto

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Un giorno Padre David Maria Turoldo si augurava che in futuro ogni Abbazia potesse avere il proprio Poeta e noi siamo fortunate doppiamente, non solo perché conosciamo più di un poeta ma anche perché frequentiamo qualche Monaco sensibile al linguaggio poetico. In questa giornata, dedicata a portare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle violenze di genere che continuano a perpetrarsi nel nostro Paese, vorremmo parlare appunto con un Monaco –poeta per capire meglio, se possibile, come soccorrere le fragilità, magari con l’aiuto di un linguaggio, per così dire “più sensibile”: quello della poesia. Incontriamo Padre Elia Spezzano, Monaco Cistercense dell’Abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano, che proprio per questa occasione ci parla del suo rapporto con una figura femminile che ha segnato indelebilmente il suo sentire poetico e ha anche un po’ modificato il suo ascolto verso le giovani donne che chiedono di essere soccorse o sostenute.
Padre Elia, ci siamo molto commossi quando abbiamo letto per la prima volta i tuoi dialoghi con Antonia Pozzi , come hai conosciuto questa poetessa milanese di inizio Novecento e perché dialoghi con lei?
“Qualche anno fa sono entrato in una libreria di Padova e curiosando tra gli scaffali di poesia sono stato colpito da un titolo: “Poesia che mi guardi” e lì per lì ho letto solo le prime righe ma non ho approfondito la vicenda dell’autrice; all’epoca ero Monaco in Liguria e per obbedienza non comprai il libro in quanto prima di acquistare oggetti personali o quello che ci serve si deve necessariamente chiedere il permesso al superiore e sul momento non mi era stato possibile farlo. Qualche mese dopo sono stato trasferito nell’Abbazia di Chiaravalle e il Priore di allora, l’attuale Abate, Padre Stefano, sapendo della mia passione per la poesia, mi regalò tre libri, che titolavano: “Poesia che mi guardi”, “Per troppa vita che ho nel sangue” e “Lieve offerta” e mi chiese di studiarli, dicendomi che riguardano una certa Antonia Pozzi, morta suicida a 26 anni nel prato antistante la Chiesa dell’Abbazia. Non appena Padre Stefano mi salutò, cominciai letteralmente a divorare queste poesie, soffermandomi su alcune di esse che per me erano impressionanti e mi piacevano moltissimo e sentendo un po’ l’affinità che avevo con la poetessa e in sostanza sentendo il grido inespresso di Antonia, quello che io chiamo il grido muto, e avendo la consapevolezza che lei fosse morta proprio lì, vicinissima allo stallo dove vado a pregare ogni mattina, tutto questo ha fatto sì che io cominciassi a dialogare con lei, attraverso la poesia che scrivo. Insomma da una parte sento una sorta di simbiosi con Antonia e dall’altra il fatto che io le sia così vicino, in quanto condividiamo lo stesso luogo, il suo dell’addio il mio del presente, separati solo da un muro, tutto questo mi spinge a scrivere componimenti all’interno dei quali nasce un dialogo tra di noi.”

“Ti senti in qualche modo responsabilizzato come uomo, come adulto, come guida spirituale, dopo averla conosciuta? Come puoi mettere a disposizione questo sentire, in favore delle giovani donne che si rivolgo a te?  “Sentire, leggendolo, il grido silenzioso di una giovane che ha scelto la forma poetica per esprimersi, mi ha fatto crescere molto come sensibilità poetica e in un certo senso mi ha fatto prendere in carico questa vicenda e questa ragazza; ho avvertito la necessità, l’urgenza di trasferire quello che una giovanissima poetessa dei primi del’ 900, che forse non ha trovato aiuto o sostegno nei circoli culturali che frequentava, nonostante provenisse da una famiglia molto borghese, potesse lasciare come testimonianza dello smarrimento e della solitudine provati; è una sorta di insegnamento per noi che ci confrontiamo tutti i giorni con giovani che presentano lo stesso disagio. In effetti è un dolore che sento tutt’ora espresso dai ragazzi e dalle ragazze che entrano in dialogo con me, in confessione per esempio. Quello che mi ha investito come responsabilità e dovere, mi proviene dall’avere in qualche modo “capito” Antonia e quindi cerco veramente di mettermi al fianco di una fragilità, che è quella che mi ha ben trasmesso la Pozzi, e nello stesso tempo cerco di camminare insieme a questa fragilità sensibile che può dire molto a noi uomini di oggi, e forse può indicarci la strada da percorrere, il dove andare per vivere in pienezza la nostra umanità …”

Padre Elia, monaco Cistercense dell’Abbazia di Chiaravalle
Padre Elia, monaco Cistercense dell’Abbazia di Chiaravalle, ha le mura della propria cella a pochi metri da dove, nel giardino antistante l’Abazzia, la poetessa Antonia Pozzi fu trovata
morta suicida a soli 26 anni: era il 1938.

Padre Elia, ci sono storie di poetesse drammatiche, storie di vita e di morte che spesso sembrano accomunare gli artisti, perché solo Antonia Pozzi?
“Sento Antonia come la sorellina piccola che non ho mai avuto e che devo accompagnare per mano mentre conosce la vita ma nello stesso tempo imparo da lei lo sguardo incantato sulle cose, sguardo che spero non si spenga mai perché è quello dei poeti, è quello della vita”.
Per concludere propongo in lettura il tuo “Primo Dialogo con Antonia” (inedito), così che si possa fare esperienza, ancora una volta, del suo grido muto e del tuo soccorrerci, ascoltandola.

 

 

DIALOGO PRIMO CON ANTONIA

Io sono il tuo silenzio
le parole che non hai mai saputo dire
e che hai ascoltato, tremante ,
nel fremito del vento sulla pelle
e intravisto in stelle luccicanti
così ricche di luce (anche se povere)
nella loro distanza siderale da te,
pur voce di un eterno dire.

Io sono le parole che dirai,
rannicchiata alle fonti della vita
in questo verde, muto tutt’intorno
rotto dal vento di dicembre
e dallo scendere gelido della nebbia
su di me che torno terra nella terra
e che aspiro con tutte le forze
ad essere cielo di cielo.

Eppure cielo e terra si baciano all’orizzonte,
perduti l’uno nell’altra
come la luce nella luce.
Sono passati i giorni del tremore,
i giorni del grido muto che si alzava al cielo.

Ora il silenzio, incapace di parola, mi avvolge
e tu che passi qui per caso, senza quasi
accorgerti di me in cui cielo e terra
si sono baciati un giorno.

E ora, in un abbraccio eterno, tenendosi per mano,
camminano all’infinito.

(Ringraziamo molto per la collaborazione ed il contributo l’amica Luisa Cozzi)

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