Baudelaire e il flâneur, un innesto naturale tra turismo e pandemia

Il 9 aprile ricorre il 200° compleanno di Baudelaire, un poeta, che, anche in tempi di pandemia, ci regala utili suggerimenti per viaggiare. Conosci il flâneur?

Charles Baudelaire, il cui 200° compleanno è celebrato il 9 aprile con francobolli, riedizioni dei suoi libri e celebrazioni virtuali, è un poeta che non si dovrebbe mai smettere di leggere e di rileggere. Oggi Charles Baudelaire torna per sorprenderci ancora una volta. E questa volta lo fa, prendendoci per mano, per distrarci da questo momento problematico, difficile, sofferto. Come? Facendoci conoscere il flâneur.

Il flâneur è un uomo che passeggia senza scopo, cammina senza meta, per perdersi nelle vie delle città. E noi ve lo proponiamo, proprio ora, nell’anno della pandemia! Baudelaire ce ne parla nelle sue opere, ne Les Fleurs du Mal o in Le Spleen de Paris, opere che esaltano il beneficio di camminare per le strade della metropoli, provando un piacere estetico nell’immergersi nelle folle brulicanti. Quella gioia, quel piacere che abbiamo dimenticato dal marzo del 2020, quando a quella folla è stato imposto di fermarsi, di ritirarsi, di rimanere a casa.

L’arte di perdersi per ritrovarsi

Il flâneur detto alla Baudelaire è “un caleidoscopio dotato di coscienza”.

Il flâneur è una persona che si perde nella folla umana, ma mantiene nello stesso tempo un distacco. Il suo segreto è la capacità di entrare in contatto con una fiumana di persone attraverso un atto di empatia estetica. Chi cammina con questa disposizione d’animo si tuffa nella folla, mantenendo la propria individualità, trasformandosi in un acuto osservatore. La mente umana diventa un canale social, oppure, se vogliamo dirlo alla Baudelaire “un caleidoscopio dotato di coscienza.

Ma Baudelaire non è il solo camminatore della storia, lo era anche Virginia Woolf, e lo era Walter Benjamin, il filosofo tedesco che rese Parigi la città destinata al perdersi nelle strade senza alcuna destinazione. Il poeta francese riprese gli scritti di Edgar Allan Poe. Ma tracce di questa arte le troviamo anche in Dickens, Proust, Joyce, Borges o George Sand. Il flâneur è nei grandi dipinti, come quelli di Degas e di Manet, ma anche protagonista nei film di grandi registi come la Varda e Keiller.

Quando un viaggio diventa un racconto

Il flâneur come un viaggio da raccontare.

Nella sua poesia Le Soleil Baudelaire scrive di “inciampare sulle parole come sui ciottoli“. E allora qui il flâneur si trasforma in un viaggiatore. Un viaggiatore che prova a trasformare la città in un racconto da scrivere. I capitoli? Nomi di strade, alberi, fiori, muri colorati, monumenti e targhe dimenticate. Si può poi andare alla ricerca di particolari da scoprire nelle opere più famose. Ci si può divertire a descriverle con occhi nuovi, mente libera, leggerezza e stupore. E se una statua all’improvviso parlasse? Il flâneur sarà pronto a coglierne le parole, i sospiri, le pause, le espressioni del viso marmoreo. O bronzeo.

Il Flâneur nel duemila, al tempo del Covid 19:
la psicogeografia

Un’esperienza, un viaggio nuovo, si decostruisce la città per capirla meglio, per ammirarla sotto le sue vesti, spogliandola dei suoi veli.

Come scrisse Baudelaire “un dandy non fa nulla”. Vestiamoci un giorno da dandy baudelairiano e perdiamoci nelle strade vuote apparentemente insignificanti, per scoprire quei particolari che non abbiamo mai notato. E accorgerci che sono tanti, interessanti, meritevoli di uno sguardo. Possiamo magari perderci all’imbrunire per vivere quell’ora del giorno che fonde i sogni con la realtà. Possiamo anche passeggiare per strade illuminate da quella luce artificiale, capace di rendere le ombre, che popolano i nostri desideri, realtà. E poi possiamo osservare quelle vetrine di bar e caffè, di negozi e di botteghe che tanto affascinavano Walter Benjamin, vetrine che sanno raccontare storie inimmaginabili. Non ci sono poi solo bar o caffè, ci sono anche panchine intrise di novelle da ascoltare in giardini che sono la voce silenziosa di un quartiere. Il filosofo Guy Debord, influenzato dai surrealisti, volle paragonare il camminare alla deriva, ad un gioco capace di inventare nuove prospettive. E’ un po’ come costruirsi una propria mappa personale per un viaggio unico, dentro luoghi inesplorati. Nel 1955, Debord sviluppò l’idea della psicogeografia, che fu successivamente adottata da Iain Sinclair e Will Self. La psicogeografia intendeva andare oltre l’ovvio, lo scontato, ma approcciare gli elementi del luogo di tutti i giorni con la curiosità del bambino, per scoprire la storia dietro le strade, tra i mattoni degli edifici. É un viaggio nuovo, si decostruisce la città per capirla meglio, per ammirarla sotto le sue vesti, spogliandola dei suoi veli…

E se il Covid 19 fosse lo stimolo di un Rinascimento per le città?

E se fosse ancora una volta Milano a dettare la nuova strada?

La Parigi di Baudelaire o di Benjamin non esiste più, il traffico l’ha cancellata, sono sorti luoghi senza anima, ma se il Covid 19, con lo spopolamento delle città, contribuisse a fare riconquistare alle metropoli un volto umano, a recuperare l’identità perduta? E se una città come Milano riconquistasse il rapporto con la natura, come si sta cercando di fare con il progetto che vede coinvolta la ex stazione di Porta Romana? Residenze e spazi lavorativi saranno in una zona ‘car free’, con un cuore pulsante: il Parco Romana. Nel progetto è inclusa una highline milanese sopra i binari per consentire ai residenti e ai visitatori di attraversare l’intera lunghezza dello Scalo. Al centro delle architetture residenziali, vi saranno cortili che richiamano la tradizione milanese, creando aree semi-pubbliche. Un futuro possibile?

Ridisegnare le città cercando tra i rifiuti

Con un paio di occhiali virtuali per andare oltre l’immagine, per scoprire l’essenza delle cose

Per Baudelaire e Benjamin il flâneur è chi rovista tra i rifiuti, non per sopravvivenza, ma per curiosità. Anche un poeta, sostenevano, cerca di ricostruire una realtà non gettando via nulla. Meglio che la visita ad un museo! Certo, è una provocazione. Forse non troppo però, o forse non per sempre. E’ un gesto che fa andare oltre alla realtà, è indossare un paio di occhiali virtuali che ti portano all’essenza delle cose.

L’inquietudine intellettuale: ciò che trasforma un viaggio in un racconto

Vestitevi per un’ora, per un giorno, da flâneur. E seguiteci…

Il vero viaggiatore, da non confondere con il turista, è un curioso alla ricerca di brandelli di autenticità, di storie in cerca di narrazione. E’ chi sa immedesimarsi in un contesto, mantenendo la giusta distanza per poterlo raccontare. Le nostre città sono rimaste vuote per troppo tempo, cercano disperatamente persone che sappiano regalare parole. Vogliono essere riscoperte, anzi, hanno dannatamente bisogno di essere svelate. Chi lo può fare? Chi verrà con noi, chi vorrà essere per un’ora, per un giorno, per un periodo più o meno lungo, un flâneur?

E se un’App ci portasse alla scoperta di quei luoghi? Se ci accompagnasse con una musica capace di conciliare realtà e sogno? Beh… qui uniamo quanto può apparire distante, due frontiere estreme, poesia e tecnologia. Il flâneur in fondo è anche questo, lasciarsi stupire, vincere il pregiudizio, provare ad andare oltre.

Monica Viani e Roberto Roby Rossi

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