Milano, cibo e cultura: Hemingway e il Capri ghiacciato

Milano non è solo finanza, ma anche cibo e cultura. Ernest Hemingway ne rimase così affascinato da ricordarla nei suoi romanzi e racconti.

Un uomo intelligente a volte è costretto a ubriacarsi per passare il tempo tra gli idioti.”  da Per chi suona la campana Ernest Hemingway.

Ebbene sì Hemingway è stato a Milano e le sue tracce non potevano che portarci ai bar, ai caffé, alle “vasche” in Corso Vittorio Emanuele. Frequentava assiduamente il Camparino, Cova, l’Ippodromo di San Siro, all’epoca in campagna. Qui aveva modo di dimenticare gli orrori della guerra, di ammirare bellissime donne e di lasciarsi affascinare da uno o più Capri ghiacciati! Siamo nel maggio 1918. L’esercito italiano, dopo la tragica disfatta di Caporetto, si attesta sul Piave. Hemingway è giovanissimo, ha solo 18 anni. Si è arruolato come volontario nelle file della Croce Rossa americana aggregata all’esercito italiano. Una ferita lo costringe in ospedale a Milano, da cui si scorgeva le guglie del Duomo. Hemingway e il Capri ghiacciatoIl suo soggiorno è oggi testimoniato da una targa posta su un palazzo all’angolo di via Cesare Cantù. Qui il giovane Hemingway si innamora della giovane infermiera Agnes von Kurowsky, l’alter ego della bellissima Catherine Barkley, protagonista di Addio alle armi. A colpire la fantasia dello scrittore americano è il Duomo, tanto che in una lettera scrive ai genitori che entrarci è come “stare in una grande foresta“. É la stessa impressione provata da un altro romanziere arrivato a Milano 50 anni prima: Mark Twain. Certo è una Milano diversissima dall’attuale: il capoluogo lombardo è racchiuso dalle mura spagnole, le case sono basse, l’una accanto all’altra. Il Duomo si erge in tutta la sua magnificenza.

La storia del tenente Federico Henry, protagonista del romanzo Addio alle armi, si rifà al soggiorno milanese di Hemingway. Unica differenza: l’anno della narrazione.

Il giovanissimo Ernest, primo americano a essere ferito in Italia, è il ricoverato più popolare dell’ospedale temporaneo dell’ARC di Milano, una struttura particolarmente confortevole, col terzo piano riservato alle infermiere e il quarto alle sedici stanze dei degenti (sulla terrazza c’erano sedie di vimini e venivano serviti superalcolici). Quando lo scrittore arriva in via Armorari sono attive diciotto crocerossine per assistere lui e altri tre ricoverati. A Milano la guerra è lontana, è solo un racconto, una chiacchiera da bar tra un bicchiere di vino e l’altro.

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