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I panari salentini: l’arte di intrecciare cesti

Chi conosce i panari salentini? Pochi. Eppure oggi la rinascita dei lavori legati alla tradizione non sono ancora una moda, ma una tendenza sì. Così oggi chi visita il Salento, non deve perdersi l’esperienza della ricerca presso i mercati dei panari, ovvero di cesti i cui giunchi di ulivo, canna, mirto e restinco sono abilmente intrecciati a mano. Se siete fortunati come noi potete incontrare a Botrugno persone come il signor Uccio, uno degli ultimi depositari di questa arte. In origine servivano ai contadini per portare a casa, dopo il lavoro nei campi, frutta fresca, olive e lumache. Per produrli si parte dalla raccolta della materia prima. Si procede con la bollitura, l’essicazione, la levigatura, il taglio e la conservazione. L’intreccio è l’ultimo passaggio per ottenere i panari salentini. Oltre alla canna, si usano anche i polloni di ulivo o succhioni, conosciuti come vinchi. Per creare dei bei panari occorre grandi capacità. In origine la struttura di base, costituita da vinchi, era un’opera di geometria elementare, un intreccio di figure primordiali come il cerchio o la linea. Si legavano a forma di croce o di raggi alcuni segmenti duri di ramoscelli di ulivo, attorno ai quali si facevano scorrere, a forma di cerchi concentrici, altri vinchi. Sul bordo erano inseriti altri succhioni di lunghezza adeguata all’altezza prevista, piegati e legati a imbuto in moda da consentire una facile tessitura. Si completava la creazione del cesto curando la parte estetica. L’ultima fase avveniva mediante la finitura superiore ottenuta dai succhioni; i vinchi venivano ripresi e avvincigliati, in modo da formare l’orlo e il manico.

 

2 Comments

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    • Gentilissiam Anna,
      l’articolo è stato scritto qualche anno fa. Provo a contattare l’ufficio stampa che lo organizzò per farmi dare dei contatti utili. Buona serata

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Written by Monica Viani

Giornalista e blogger specializzata in enogastronomia e travel, non amo i confini e i pregiudizi, nemmeno quando mi siedo a tavola. In un calice di vino, in un piatto si nascondono storie, speranze e gioie di interi popoli. Cibo è cultura, contaminazione, convivialità, potere e tante altre cose da indagare con spirito famelico. Con Fabrizio Bellavista e il suo sguardo aperto al futuro, cerco di affrontare il mondo del cibo in chiave culturale. Il mio unico imperativo categorico? Mai fermarmi al primo morso, ma divorare tutto ciò che può essere degustato!

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