Quando il cibo divide e quando unisce: il vero volto del gastronazionalismo. Il populismo ha creato un falso mito, ovvero l’idea che il cibo possa diventare simbolo o strumento per costruire o rafforzare un’identità nazionale da opporre ad un’altra cultura
Se bandiere, inni, manifesti e monumenti sono da sempre protagonisti delle narrazioni dei regimi totalitari, anche la ricerca del “grandioso” può manifestarsi in un gesto apparentemente minimo: cucinare un piatto capace di rappresentare un popolo. Il cibo diventa così specchio identitario e, talvolta, persino strumento diplomatico. Il gastronazionalismo, diventato un dispositivo politico, trasforma il cibo in simbolo identitario e in un’ arma culturale.
Cibo e cultura: un significato spesso frainteso
Il cibo è cultura e genera cultura, ma non tutti ne colgono la portata. Lo dimostrano le dichiarazioni avventate del Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida o la discutibile scelta del governo di conferire il titolo di “maestri dell’arte della cucina italiana” a pasticceri, pizzaioli e cuochi, imitazione mal riuscita del prestigioso Meilleur Ouvrier de France.
Il cibo e le migrazioni: identità che viaggiano

L’anguria come simbolo della resistenza palestinese o la kefiah lo dimostrano: nelle situazioni di diaspora il cibo diventa un ancoraggio emotivo e identitario. Perché i quartieri degli immigrati sono costellati di ristoranti e negozi legati alle loro origini? Perché il cibo riempie un vuoto. Come ricorda la chef palestinese Reem Kassis in The Palestinian Table: «Per gli immigrati con legami fragili con la loro terra d’origine, il cibo può essere un sostituto particolarmente significativo dell’identità nazionale. Sicuramente lo è stato per me». Il cibo offre uno spazio fisico dove riversare assenze e nostalgie. E, in alcuni casi, può persino superare divisioni politiche e sociali.
Quando il cibo unisce: dalla curiosità alla condivisione
L’identità spesso riguarda il ricordo, e il ricordo non è mai un’immagine del passato, ma una costruzione del passato dal presente

La curiosità verso cucine diverse è da sempre la base dello scambio culturale. Nella società contemporanea, gustare piatti di altre culture non è solo apertura mentale ma anche segno di distinzione sociale. Si supera la logica del confronto – che implica sempre un giudizio – per entrare nel territorio dell’ibridazione. La cucina, in fondo, non conosce confini: non esiste un “noi” contro un “loro”.
Inneggiare al tiramisù (Luca Zaia) o alla mozzarella di bufala (Vincenzo De Luca) come simboli divisivi, è tradire l’essenza stessa della gastronomia, costruita da secoli di contaminazioni. Basti pensare alla cassata siciliana, frutto della dominazione araba.
Quartieri multiculturali come via Paolo Sarpi a Milano nacquero per preservare la cultura dei migranti cinesi e oggi sono tappe amate anche dai milanesi e dai turisti. Non accade lo stesso con i luoghi sacri, dove spesso emergono conflitti: emblematico il rifiuto della costruzione di nuove moschee. Assaggiare un piatto arabo non significa rinnegare Cristo per abbracciare Allah.
I limiti della condivisione: la nascita del gastronazionalismo
“La mia cucina è migliore della tua”, ecco il credo del gastronazionalismo
La capacità del cibo di costruire identità senza ostilità ha però i suoi limiti. Un esempio è proprio il gastronazionalismo nato negli anni ’80 e ’90 come risposta alla globalizzazione. Nel 2019 Matteo Salvini, allora Ministro dell’Interno, tuonò contro i chicken tortellini preparati dalla Curia di Bologna come alternativa halal a quelli di maiale per i cittadini musulmani. Li definì un attacco alla cultura gastronomica italiana, accusando l’iniziativa di voler “cancellare la nostra storia”.
La gastronomia venne così trasformata in strumento di differenziazione e rivendicazione identitaria. Polenta, pastiera e arancino diventano bandiere, simboli da brandire in chiave nazionalista o regionalista. L’uso politico del cibo si fa arma propagandistica.
Il potere della gastrodiplomazia
Se la politica divide gli uomini, il buon cibo li può unire

Un esempio cinematografico di gastrodiplomazia è il film di Edouard Molinaro A cena con il diavolo, ambientato a Parigi subito dopo Waterloo. Talleyrand e Fouché, maestri dell’intrigo politico, si sfidano a tavola in un duello di parole e potere. Tra piatti raffinati e vini pregiati, consumano un accordo destinato a influenzare il futuro della Francia.
Per decenni la gastronomia nelle ambasciate di tutto il mondo fu dominata dal modello francese. Poi, dagli anni Ottanta, i prodotti locali entrarono nella cucina gourmet e le ricette popolari iniziarono a essere valorizzate.
La gastrodiplomazia oggi: Francia e Thailandia
La Francia fu la prima a riconoscere il potere del cibo come strumento di soft power. Ma la Thailandia fu il primo paese a trasformarlo in strategia.
All’inizio degli anni 2000 il governo thailandese avviò un programma per diffondere la cucina nazionale nel mondo: certificazioni, sovvenzioni, formazione, agevolazioni per aprire ristoranti.
Risultato: in pochi anni i ristoranti thailandesi raddoppiarono e il pad thai divenne un piatto globale. Anche il turismo crebbe in modo vertiginoso: da 10 a quasi 40 milioni di visitatori tra il 2001 e il 2019.
La tavola come dialogo: contro il patriottismo epico
Cucinare è un atto capace di generare dialogo, sia al tavolo di famiglia che a un banchetto di Stato.
Tra stufati, torte e pietanze condivise si creano conversazioni e complicità: la gastronomia diventa identità non epica, non retorica, ma condivisa.
E, diciamolo, poche discussioni nazionaliste sono state risolte davvero chiudendo la bocca dell’avversario con un piatto di salsiccia e polenta.

