25 novembre 2018 Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne: giochi di ruolo

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Famelici e Le notizie nel caffè collaborano in nome della diffusione di una cultura capace di dare spazio alla creazione di un libero e proficuo dibattito. In occasione del 25 novembre 2018 Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, Sara Riboldi scrive una riflessione sulla condizione della donna.

25 novembre 2018 Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne

Quando si parla di violenza sulle donne, la prima cosa che viene in mente sono le violenze fisiche o psicologiche che una donna spesso è costretta a subire, tra paure e silenzi. Ma siamo certi che non ci siano altre forme di violenza, silenziose e subdole?

È proprio di questi giorni la notizia di un ginecologo di un paesino in provincia di Napoli licenziato dalla Asl perché si sarebbe rifiutato di eseguire un aborto terapeutico in quanto obiettore di coscienza. Sempre di questi giorni è la petizione lanciata su Change.Org da quattro ginecologhe non obiettrici e diretta al Ministro della Salute, Giulia Grillo. Le ginecologhe chiedono al Ministro di disporre la presenza obbligatoria di ginecologi non obiettori 24 ore su 24, di sanzionare le direzioni sanitarie che “non assicurano piena assistenza a chi ne ha bisogno e diritto” e di “istituire una help-line nazionale e gratuita con un servizio di assistenza attivo 24 ore su 24, gestito direttamente dal Ministero della Salute, per informare e accompagnare le donne respinte da medici/ospedali obiettori”, in modo da poter avere il diritto garantito dell’interruzione volontaria di gravidanza, nel rispetto della legge 194/78. La petizione, firmata già da oltre 105.000 persone, è incentrata per lo più sul diritto ad avere negli ospedali italiani medici che praticando l’aborto garantendo un diritto delle donne. “L’obiezione di coscienza – scrivono – di anestesisti e personale di sala operatoria che dovrebbero garantire la sicurezza delle donne, provoca di fatto umiliazione e abbandono della paziente che richiede l’IVG”. Non bisogna però dimenticare i giudizi e le pressioni della gente.

Giudizi e pressioni che non riguardano solo la scelta della donna di abortire o meno. Giudizi e pressioni riguardano un po’ tutta la sfera di vita di una donna. Giudizi e pressioni quando una donna decide di non avere figli, per esempio. Ma anche giudizi e pressioni quando una donna vorrebbe poter lavorare anche con dei bambini. Secondo l’ISTAT, le donne lavorano di più se sono da sole (nel secondo trimestre 2017 il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 25 e i 49 anni è pari all’81,1% per chi vive da sola, al 70,8% per chi vive in coppia ma non ha figli e al 56,4% per le mamme) anche se il gap rispetto alle donne senza figli diminuisce con l’aumento del titolo di studio. Un dato che non può che far riflettere.

Ma se vogliamo parlare di ingiustizie, va anche ricordato il divario ancora presente tra le occupazioni lavorative tra uomini e donne. Secondo i dati ISTAT, i salari delle donne sono più bassi rispetto agli uomini: in Italia nel 2015 solo il 43,3% delle donne percepisce un reddito da lavoro contro il 62% dei maschi e nel 2014 il guadagno è inferiore di circa il 24%, sebbene il divario sia minore man mano che si sale nel titolo di studio. Mero fattore economico? No, perché una giusta retribuzione che tenga conto delle capacità della persona, uomo o donna che sia, dovrebbe essere ormai diritto acquisito.

E allora non si può che pensare al ruolo delle donne. Un ruolo che ancora troppo spesso viene indirettamente imposto. Sono le donne che ancora vengono viste come deputate di fatto alla cura della casa, lavoro sì lavoro no. Di riflesso va notato come siano prevalentemente donne a studiare per conseguire lauree in ambito educativo o di cura della persona.

Scelta personale? Certo, ma che in parte deriva dai modelli di donna che la società ci suggerisce fin da quando siamo bimbe: giocare con le bambole, stirare per finta etc. La stessa pubblicità, se ci si fa caso, suggerisce un modello di donna che si occupa della casa, che si trucca e si veste bene ma non in modo eccessivo, etc. un ruolo già predefinito, insomma, che in qualche modo noi donne percepiamo come ‘naturale’ e se non lo accettiamo in qualche modo siamo sottoposte a giudizi, pressioni, chiacchiericci rumorosi. Ruoli che toccano anche la sfera maschile, anche se non è questo luogo idoneo per una discussione in merito.

E un ruolo imposto o i giudizi pressanti se una donna rifiuta un dato ruolo non sono forse una forma di violenza? Certo, una violenza sottile, spesso non percepita dalle stesse donne, che non lascia segni apparenti ma che una traccia la lascia sempre. In questa importante giornata di difesa delle donne e di rifiuto di ogni genere di violenza, mi viene solo in mente un augurio: che ogni donna possa scoprire e vivere la sua identità e ciò che realmente vuole essere, indipendentemente da tutto il rumore che le sta attorno. Che sia madre, casalinga, lavoratrice, studentessa, ogni donna dovrebbe avere il diritto di vivere se stessa.

Riflessione di Sara Riboldi sul 25 novembre 2018 Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne

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