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Rebellis e la rivoluzione PIWI: il futuro del vino tra cambiamento climatico, cultura e territorio

Rebellis, PIWI e il futuro del vino: può la tradizione evolversi senza perdersi?

Rebellis e i vitigni PIWI ridefiniscono il futuro del vino: sostenibilità, innovazione e identità territoriale si incontrano in Solaris, il vitigno resistente di Gianni Tessari. Dalla sperimentazione in vigna all’affinamento in anfora, una verticale dal 2018 al 2023 dimostra che anche i PIWI possono evolvere e invecchiare con carattere, offrendo un nuovo approccio alla cultura del vino e al cambiamento climatico

Indice dei contenuti Rebellis e la rivoluzione Piwi

  1. Introduzione: Vino, cultura e cambiamento

  2. Oltre la cantina: la vigna come scelta culturale

  3. Cosa sono i PIWI: vitigni resistenti per un futuro sostenibile

  4. Solaris: la nuova frontiera del vino sostenibile

  5. Denominazioni: tutela dell’identità o freno all’innovazione?

  6. Dai cloni alla diversità: il ritorno alla complessità in vigna

  7. Il progetto Rebellis di Gianni Tessari

    • 7.1 Origine e sperimentazione con Solaris

    • 7.2 Una scelta stilistica: anfora, lieviti indigeni, orange wine

    • 7.3 Etichetta e identità: tradizione con scarpe da ginnastica

  8. La verticale di Rebellis (2018–2023): il tempo dei PIWI

    • 8.1 Rebellis 2018

    • 8.2 Rebellis 2021

    • 8.3 Rebellis 2022

    • 8.4 Rebellis 2023

  9. Abbinamenti e pubblico: tra creatività e mercati internazionali

Chi ama il vino non si limita a berlo. Vuole conoscerlo, discuterlo, comprenderne le origini e il percorso. Negli ultimi anni si parla spesso di vinificazione naturale, di lieviti indigeni, di uso (o abuso) del legno e delle nuove tendenze che sembrano penalizzare i rossi corposi. Ma ci si dimentica troppo spesso di parlare di ciò che avviene prima della cantina: la vigna, la selezione delle varietà, la scelta di cosa piantare.

Eppure, la viticoltura – come tutta l’agricoltura – è sempre stata un atto di sperimentazione. La selezione delle varietà non è solo una scelta tecnica, ma anche culturale e simbolica. Significa decidere cosa merita di essere conservato, cosa può essere modificato per sopravvivere e cosa, invece, può essere lasciato indietro. Nel mondo del vino, questa scelta è tutt’altro che secondaria: decidere quali vitigni coltivare è l’atto più importante nella costruzione di un’identità territoriale.

Che cosa sono i PIWI: vitigni resistenti per un futuro sostenibile

Un vantaggio ambientale enorme, in linea con i principi di viticoltura sostenibile, tutela della biodiversità e rispetto del suolo

La nuova frontiera del vino sostenibile: solaris
La nuova frontiera del vino sostenibile: Solaris

Negli ultimi anni, tra i filari europei (e non solo), è comparso un attore rivoluzionario: il vitigno PIWI. L’acronimo PIWI deriva dal tedesco Pilzwiderstandsfähig, ovvero “resistente ai funghi”. Questi vitigni – incroci tra Vitis vinifera e varietà resistenti – sono in grado di sopportare naturalmente malattie come oidio e peronospora, riducendo drasticamente i trattamenti chimici in vigneto.

Ma c’è un paradosso: in molte denominazioni d’origine, i PIWI non sono ammessi nei disciplinari. Un vino prodotto con queste varietà non può fregiarsi di una DOC o DOCG, nemmeno se nasce nello stesso terroir e con la stessa attenzione artigianale. Questo impedimento mette in discussione il concetto stesso di tradizione: è davvero tale ciò che non cambia mai? O è più fedele alla tradizione chi riesce a rinnovarla, rispettando i suoi valori profondi ma adattandola ai tempi?

Denominazioni: tutela dell’identità o freno al cambiamento? 

La viticoltura non è un museo, ma un corpo vivo. La tradizione non deve trasformarsi in una gabbia

Durello e 10 anni di GianniTessari

Le denominazioni nascono per proteggere la tipicità e il legame tra vino e territorio. Ma oggi, con i cambiamenti climatici che stravolgono equilibri storici (siccità, grandinate, nuove patologie), ha ancora senso irrigidirsi su vitigni “storici” che richiedono trattamenti intensivi per sopravvivere?

In Italia, molti disciplinari sembrano scolpiti nella pietra. Alcuni si aggiornano lentamente, ma tanti restano legati a una visione statica della viticoltura. Ed è così che alcuni produttori scelgono di uscire dalle denominazioni: abbandonano il “marchio” per restare fedeli ai propri valori.

Perché? Per ribellione consapevole, per coerenza etica, per autonomia creativa. Ma anche per una visione più aperta e coraggiosa del vino, che si basa su sostenibilità, biodiversità, sperimentazione. Le regole delle DOP e DOCG, per quanto utili, possono diventare gabbie che penalizzano chi prova a innovare. Ed è proprio qui che entrano in gioco i vitigni PIWI.

Dai cloni alla diversità: come sta cambiando la viticoltura

C’è chi solleva qualche dubbio riguardo alla dimensione culturale, estetica e simbolica dei PIWI: sono in grado di preservare l’identità culturale di un territorio?

Nel passato, i vigneti erano popolati da una varietà incredibile di biotipi e varietà locali. La selezione avveniva in modo intuitivo: l’enologo combinava piante resistenti con quelle aromatiche, precoci con tardive, per ottenere un equilibrio naturale. Il vigneto era un ecosistema complesso, vivo, resiliente.

Negli anni ’80, la rivoluzione scientifica portò all’uso massiccio di cloni certificati. La parola d’ordine diventò uniformità: tutte le viti germogliavano insieme, maturavano in sincronia, garantivano efficienza e controllo. Ma con il tempo, questa omologazione ha mostrato i suoi limiti, soprattutto di fronte al cambiamento climatico.

Oggi, molte aziende stanno tornando alla diversità: selezionano gruppi di cloni anziché individui, riscoprono vitigni autoctoni dimenticati e, soprattutto, abbracciano la sfida dei PIWI. Un cambiamento profondo, che richiede visione, studio e coraggio.

Rebellis di Gianni Tessari: una verticale che guarda al futuro

Tra i pionieri italiani dei vini PIWI c’è Gianni Tessari, produttore veneto con alle spalle una solida esperienza nelle denominazioni Soave, Colli Berici e Monti Lessini. Dal 2014 l’azienda ha avviato una sperimentazione con il vitigno Solaris, una delle prime varietà PIWI nate negli anni ’70.

Solaris – racconta Gianni Tessariha dimostrato di avere una qualità eccellente. È precoce, si adatta bene all’altitudine e non ha bisogno di trattamenti chimici significativi. Fino al 2020, non ne abbiamo fatto nemmeno uno. All’inizio è stata un’avventura, piena di dubbi e incertezze. Solo dopo aver superato le sfide iniziali, abbiamo deciso di dare al vino uno stile vicino agli orange wine. Oggi abbiamo raggiunto una maggiore consapevolezza e una stabilità produttiva che ci sta dando grandi soddisfazioni. Abbiamo scelto di seguire la strada della fermentazione con lieviti indigeni e dell’affinamento in anfora per un anno.”

Rebellis, un nome, una dichiarazione d’intenti

Rebellis di Gianni Tessari
La grafica del Rebellis sottolinea la diversità rispetto alla linea classica firmata Gianni Tessari.

Il vino che ne è nato si chiama Rebellis, un nome programmatico. Non solo un orange wine, ma un progetto di ricerca, di stile e di coerenza con l’identità del territorio.

La degustazione: Rebellis, annata dopo annata

La degustazione: Rebellis, annata dopo annata
Non solo vini freschi, ma anche capaci d’invecchiare come dimostra la nostra verticale di Rebellis

Rebellis 2018: l’annata successìva all’inizio

La seconda annata, fermentata sulle bucce con lieviti indigeni, senza legno. “Abbiamo escluso l’affinamento in legno, giudicandolo troppo invasivo”, ci racconta Gianni Tessari. Colore giallo dorato, note di pompelmo e fiori, chiusura sapida e persistente

Rebellis 2021: la ricerca continua

Affinato 12 mesi in anfora. Note agrumate e speziate, buona acidità e finale sapido. Un’annata di passaggio, ancora in fase di definizione stilistica.

Rebellis 2022: equilibrio e profondità

Continuità con il 2021, ma con maggiore morbidezza. Colore aranciato, sentori di miele, agrumi rossi ed erbe aromatiche. Finale setoso.

Rebellis 2023: la voce del futuro in anteprima

Freschezza vibrante, aromaticità in crescita, coerenza stilistica ormai raggiunta. Un vino che ha trovato la propria voce.

Stile, identità e… scarpe da ginnastica

Anche l’etichetta di Rebellis rompe gli schemi: le ballerine classiche indossano scarpe da ginnastica. Simbolo perfetto di un vino che fonde tradizione e irriverenza, identità e innovazione.

Abbinamenti ed estimatori

Rebellis si presta ad abbinamenti creativi: baccalà alla vicentina, prosciutto e melone, carni grigliate. Un vino versatile, pensato per chi ama sperimentare, anche a tavola.

Il pubblico? “Fallito il tentativo di avvicinarci al mondo del biologico, ci siamo avvicinati a chi guarda al futuro: gli appassionati di orange wine e ai mercati internazionali come il Nord Europa, l’Est, la Svizzera e il Giappone“, ci rivela Gianni Tessari. L’azienda ha scelto di non etichettarsi come biologica, ma di puntare su una sostenibilità concreta, radicata nella vigna.

Cultura del vino: un’occasione da non perdere

rebellis giannitessari
Gianni Tessari e la figlia Valeria presentano Rebellis

Come sottolinea Gianni Tessari: “non mi considero un alfiere dei PIWI: il mio interesse nasce dal desiderio di sperimentare, di creare qualcosa di nuovo. I PIWI non hanno ancora una storia, una tradizione: sono una novità. Non c’è stato il tempo per costruire un legame profondo con il territorio. Ma è così che nascono le tradizioni: attraverso un’evoluzione continua. Il terroir non coincide solo con il territorio fisico. Anche i disciplinari si sono modificati nel tempo, spinti da fattori economici, culturali e da nuovi stili di vita. Basti pensare al disciplinare del Soave, che negli anni ’90 ha ammesso l’utilizzo dello Chardonnay. Il territorio è un insieme di esperienze, successi, fallimenti e tendenze che cambiano”.

La vera questione oggi non è come si vinifica, ma cosa si decide di piantare. È qui che si gioca il significato profondo del vino, che è molto più di un bene di consumo: è cultura materiale, memoria agricola, paesaggio umano.

I PIWI ci pongono una domanda cruciale: può la cultura del vino evolversi senza perdere la propria anima? Le denominazioni, se vogliono restare vive, devono diventare strumenti dinamici, capaci di accogliere la sostenibilità senza rinunciare all’identità.

Il vino, come una lingua, cambia nel tempo. Aggiunge parole nuove, ne dimentica alcune, ma continua a raccontare una storia. E forse, tra un calice di Solaris e uno di Chardonnay, potremmo accorgerci che il futuro del vino non fa poi così paura.

Commento famelico: Rebellis, un passo avanti che non dimentica il passato

Scegliere di aprire una nuova strada nella vinificazione non è solo una scelta tecnica. È una decisione culturale, che guarda al cambiamento climatico, al mercato, ma soprattutto alla responsabilità di preservare il patrimonio del territorio.

Rebellis non è solo un vino: è un’idea, un percorso, una provocazione. Ma è anche una risposta concreta alla domanda che tutti – prima o poi – dobbiamo porci: Il vino può restare fedele a sé stesso mentre il mondo cambia?

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Written by Monica Viani

Giornalista e blogger specializzata in enogastronomia e travel, non amo i confini e i pregiudizi, nemmeno quando mi siedo a tavola. In un calice di vino, in un piatto si nascondono storie, speranze e gioie di interi popoli. Cibo è cultura, contaminazione, convivialità, potere e tante altre cose da indagare con spirito famelico. Con Fabrizio Bellavista e il suo sguardo aperto al futuro, cerco di affrontare il mondo del cibo in chiave culturale. Il mio unico imperativo categorico? Mai fermarmi al primo morso, ma divorare tutto ciò che può essere degustato!

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