Ma oggi sappiamo che cos’è la carne? Carne vegetale, fake meat, ecco i nomi di alcune proposte green. Il Parlamento europeo approva un’iniziativa in base alla quale hamburger, salsicce, bistecche o cotolette sono chiamati così solo se prodotti con la carne. Chi ha paura dell’hamburger vegetale?
Il dibattito sulla carne vegetale torna al centro dell’agenda europea. Il Parlamento europeo ha detto no all’utilizzo di denominazioni come burger vegetale e salsiccia di verdure, riaccendendo il confronto tra istituzioni, industria alimentare e consumatori. Una decisione che potrebbe avere un impatto diretto sul mercato dei prodotti plant based e sulle scelte di milioni di cittadini.
Carne vegetale, salsiccia di verdure: il Parlamento europeo dice no al burger vegetale
Che confusione! Coltivata, vegetale, sintetica: gli aggettivi che si associano oggi alla carne segnalano diversi modi di consumo e di approccio culturale. Interviene il Parlamento europeo.
Burger vegano? Non più, almeno secondo il Parlamento europeo. Con una votazione che ha visto 355 voti a favore, 247 contrari e 30 astensioni, l’Europarlamento ha deciso di vietare l’uso di termini tradizionalmente legati alla carne – come hamburger, bistecca, cotoletta e salsiccia – per etichettare prodotti realizzati esclusivamente con ingredienti vegetali.
Questa misura, fortemente sostenuta dai gruppi di destra e dalle lobby del settore zootecnico e agricolo, nasce dalla volontà di proteggere le denominazioni legate alla carne e, secondo i promotori, di evitare confusione nei consumatori.I sostenitori di questo divieto sono gli stessi che ritengono che solo i prodotti di origine animale possano essere chiamati ‘latte’, escludendo da questa definizione le bevande a base vegetale. Per molti si tratta di un passo indietro culturale e commerciale, soprattutto in un momento storico in cui la transizione verso diete più sostenibili è sempre più centrale nel dibattito pubblico europeo.
Cosa cambia per gli hamburger vegetali?

Se la proposta dovesse essere approvata anche dal Consiglio europeo e dalla Commissione europea, gli attuali burger vegani o vegetariani dovranno cambiare nome. Addio quindi a termini evocativi come “salsiccia vegetale” o “bistecca a base di soia”: le aziende dovranno trovare nuove denominazioni, forse meno accattivanti, per i loro prodotti plant-based.
Una battaglia tra innovazione alimentare e tradizione
Questo provvedimento rappresenta un caso emblematico di scontro tra innovazione alimentare e difesa della tradizione. Da un lato, l’industria del plant-based in Europa è in forte crescita, spinta da una maggiore consapevolezza ambientale, etica e salutistica. Dall’altro, il settore della carne difende le proprie radici culturali ed economiche, sottolineando il rischio di “appropriazione indebita” di termini che appartengono alla zootecnia.
Chi ha paura dell’hamburger vegetale? Lotta linguistica o lotta di potenti lobby?

La lobby della carne sostiene che l’uso del termine “carne vegetale” negli alimenti vegetali può confondere i consumatori. Ciò equivale a sostenere che le parole hanno un rapporto diretto con la realtà materiale che rappresentano e che le persone hanno bisogno di una protezione linguistica.

Ma come la mettiamo con l’uovo in camicia o i bastoncini di pesce? Quanti termini di uso comune non dovremmo usare perchè non corrispondono alla realtà? In verità stiamo vivendo una battaglia già vissuta. Nel 2017 si è arrivati a proibire la parola latte sulla confezione di qualsiasi liquido non derivante dalla mungitura di un mammifero. Da allora, le bevande a base di cereali e semi non possono essere più definite latte, anche se compaiono come tali in tutti i più antichi libri di ricette.
Fino a settant’anni fa il latte animale era un ingrediente pericoloso, temuto come uno dei principali vettori di trasmissione della tubercolosi e del tifo. Ribaltare questa percezione e darle prestigio è costato decenni di investimenti pubblici e privati in campagne sanitarie, programmi scolastici (“un bicchiere di latte al giorno”), pubblicità con madri sorridenti e medici che parlano di calcio e ossa. La lotta delle aziende produttrici di bevande a base vegetale per etichettare i loro prodotti come “latte di soia” o “latte d’avena” non era una questione di semantica, ma un tentativo di ereditare il capitale culturale e pubblicitario accumulato dalla parola “latte” dopo un secolo di investimenti.
La lobby della carne usa la vittoria linguistica nella guerra del “latte” come un precedente per difendere ora la parola “hamburger”. Quest’ultimo, tra l’altro, è un anglicismo recente che non ha radici nella maggior parte delle lingue europee. É, in ultima analisi, un termine imposto dal marketing. In Europa si mangiavano le polpette.
In realtà la lotta per l’utilizzo del termine hamburger o carne vegetale è tra due grandi lobby: l’industria della carne e l’industria vegana ultra-lavorata.La chiarezza delle etichette semba interessare poco. La polemica non è, infatti, nata dai consumatori, che, al contrario, vedono come grande nemico della trasparenza i caratteri usati per scrivere le composizioni dei prodottii. Alla fine a rimetterci sembra essere sempre il consumatore.
Il dibattito è ancora aperto
Anche se il Parlamento si è espresso chiaramente, il percorso legislativo non è ancora concluso. La palla passa ora alla Commissione e al Consiglio europeo, che dovranno negoziare e approvare la misura. Nel frattempo, il dibattito continua, coinvolgendo non solo politici e produttori, ma anche consumatori, ambientalisti e chef che da anni lavorano per innovare la cucina con prodotti alternativi alla carne.
Carne vegetale? Il futuro sembra premiarla

La Boston Consulting Group, una società di consulenza internazionale, stima che le proteine alternative sono destinate a diventare l’11 per cento del consumo di proteine entro il 2035, con un fatturato mondiale di 290 miliardi di dollari.
Occorre poi chiedersi quanto inciderà sul mercato della carne la proposta della carne sintetica, ottenuta da colture cellulari e proibita in Italia. Il mercato della carne sintetica non sarà bloccato dalle decisioni italiane, che potrebbero essere dichiarate illeggittime dall’Unione Europea.
Carne vegetale è un termine corretto?
Un dibattito aperto soprattutto per la paura di molti allevatori che temono la concorrenza della carne vegetale che sembra conquistare il mercato globale

In realtà la misura che si vuole adottare non è nuova. Già nel giugno 2022 era stato pubblicato un primo decreto che proibiva l’utilizzo di termini considerati fuorvianti. Il procedimento era poi stato sospeso per problemi di costituzionalità relativi alla legislazione europea sull’etichettatura. Il nuovo testo ha recepito le osservazioni del Consiglio di Stato.
Come riportato da Le Parisienne: “In particolare, il nuovo decreto ha aggiunto due elenchi che specificano i termini da riservare ai prodotti animali o contenenti pochissime proteine vegetali, come il falso filetto, la cotoletta, l’andouille o il chorizo”. Molti si chiedono come reagirà Bruxelles. La Francia difende la sua scelta in nome della trasparenza e del rispetto del consumatore.
Inutile dirvi che le associazioni che raccolgono gli industriali del settore delle proteine vegetali non sono affatto contente. Si erano già opposte al primo decreto e ora ribadiscono come il nuovo non sia in linea con il regolamento europeo sull’etichettatura.
Si ricorda che il termina bistecca a base vegetale è un’espressione ormai entrata nell’uso comune. Dunque, non ci sarebbe pericolo di trarre in inganno il consumatore. Alle proteste degli industriali si aggiungono anche quelle degli animalisti.
La carne sintetica, di cui tanti parlano ma pochi sanno cos’è

Su questo prodotto circolano molte fake news. Molti ne parlano, ma pochi sanno cos’è. La carne sintetica – in realtà sarebbe più corretto parlare di carne coltivata – è prodotta da una cellula staminale prelevata da un animale o da carne fresca e poi coltivata in laboratorio con fattori naturali di nutrimento. Non è vegetale, ma animale.
Riflessioni fameliche in libertà senza risposte sulla carne vegetale

Il meat sounding è un tema assai dibattuto anche in Italia.Si può chiamare carne ciò che non lo è? Si può, ad esempio, chiamare bresaola vegana, un prodotto realizzato con marchio di certificazione e che rappresenta la cultura di un territorio? Perché chiamare un prodotto con un nome che richiama un prodotto diversissimo? Sorge il sospetto che sia tutto una questione di marketing.
Carne e sostenibilità
Non possiamo però fingere che non ci siano problemi di sostenibilità del Pianeta. I prodotti alternativi alle fonti animali possono rispondere al problema legato alla sostenibilità degli allevamenti intensivi e della pesca. Secondo un rapporto del Boston Consulting aumentare la quota di proteine alternative dall’attuale 2 per cento all’8 per cento entro il 2030 sarebbe una boccata d’aria per il nostro Pianeta.
Carne e salute
Inutile ricordare la raccomandazione di medici e di nutrizionisti di non eccedere nel consumo della carne per evitare l’insorgere di malattie come diabete, infiammazioni, cancro o problemi cardiocircolatori. Ma la carne veg è sempre salubre? La maggior parte della carne a base vegetale è classificata tra gli alimenti ultra-processati.
Domande difficili che impongono una seria riflessione e non risposte che assomigliano molto a slogan politici con l’unico scopo di procrastinare un dibattito serio sulla carne vegetale.

