#ShotMovieFood: Raw. La fame del crudo e l’altro da sé

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Recensioni cinema di Luca Cardone
Luca Cardone: “Se Feuerbach avesse ragione e fossimo ciò che mangiamo, io sarei cinema, filosofia, poesia e altri pochi piatti, tutti possibilmente a base di carne e pesce. Poco Gourmet nel pratico ma tanto nello spirito. Il mio tentativo è quello di approfondire filosoficamente il cosmo culinario all’interno del cinema”.

Frames in ordine sparso, una volta ogni quindici giorni, in esclusiva per Famelici, degustati per voi da Luca Cardone.

Abbiamo provato, durante le scorse uscite di questa rubrica cine-culinaria, a sondare differenti terreni cinematografici, passando attraverso complesse elaborazioni del concetto di fame in particolar modo. Da un’analisi fenomenologica-esistenziale del cibo ad una funzione trasfigurante del concetto di assenza del medesimo. Provare dunque ad entrare in un labirinto dalle mille vie mantenendo un filo di Arianna multicolore, in grado di lasciarsi leggere e tradurre nonostante il differire del genere cinematografico. Se di labirinto parliamo, ci tocca dunque considerare anche gli angoli in ombra, le zone cieche che fanno da tana al nostro Minotauro concettuale composto dal binomio cibo-fame. Non ci resta che spostare l’attenzione dal dramma all’horror per chiudere il cerchio famelico.

Raw. La fame del crudo e l’altro da sé

Raw, della giovane regista francese Julia Ducournau, è stato con qualche eccesso di colore definito l’horror anti-vegano per eccellenza. Certamente parliamo di un film che ha fatto parlare di sé, proveniente dalla settimana della critica a Cannes durante l’edizione del 2016.

Justine è una delle matricole iscritte al corso di veterinaria, poco intraprendente ed estremamente pudica, vegetariana radicale e meticolosa nei propri studi. Ma per una matricola del college frequentato da Justine, essere al primo anno non è un gioco da ragazzi. Il periodo di ammaestramento condotto dalla confraternita dei veterani non dà pace ai giovani studenti, costretti in serate all’insegna di musica, droga e alcool, impossibilitati nel dormire con tranquillità, verniciati con finto sangue e costretti a ingerire reni di coniglio crudi per cominciare il periodo di iniziazione. Nonnismo a tutti gli effetti protratto per mesi da chi il camice bianco lo indossa già da qualche anno.

Justine ha la fortuna, o la sfortuna, d’avere nella stessa accademia superiore la stravagante sorella Alexia, poco laboriosa ma in sintonia con lo spirito della confraternita autoritaria. Justine, oltre che ai difficili compiti scritti e alle prove estreme ed estenuanti dei veterani però, deve fare i conti con un nuovo disturbo. Dalle piaghe sulla pelle alle crisi spastiche e sudate, Justine concepisce qualcosa mutare dentro di sé, la nascita di un proprio “Altro” che prende vita nella notte con attacchi di fame compulsiva, la cui attenuazione è consentita solo attraverso l’ingerimento di cibi carnosi, rigorosamente crudi. Da vegetariana, rubare hamburger alla mensa dell’accademia sarà solo il primo passo verso la lacerazione dell’individualità compatta e la conseguente creazione di un “altro”.

La pulsione famelica del “tutto” e del “subito”

La fame di Justine è insaziabile poiché sovrannaturale e diabolica. Hamburger e pollo crudo vengono presto sostituiti con dita umane, in particolar modo quelle di sua sorella finite sul pavimento dopo un incidente causato da un paio di forbici. Con la carne umana dunque Justine trova finalmente la cura e la sazietà, l’appagamento di un desiderio sanguigno e cannibalesco. Desiderio che trova la propria estinzione anche attraverso la non-mediazione della cottura. La fame, in Raw, è sempre fame dell’immediatezza, fame di crudo, pulsione famelica del “tutto” e del “subito”.

Bandita l’estetica del vampiro, Raw inscena sagome affatto solitarie e sempre circondate all’interno di contesti giovanili; come lupi costretti in rapporti amichevoli con il gregge, Justine e sua sorella, anch’essa divoratrice di corpi, lottano per nascondere il non nascondibile, la fame che prima o poi arriva e richiede mutilazioni, morsi e omicidi perfino. Scoperta la tecnica di procacciamento del cibo che consiste nel provocare incidenti stradali su una poco trafficata via di campagna, le due sorelle si nutrono di cadaveri freschi di vittime ignare per non danneggiare i corpi di amicizie ed amori.

Istinti animaleschi, sinistri e disumani, per mezzo della fame

Corpi, tutto ciò che alla regia di Raw sembra stare più a cuore. D’immancabile eleganza “francese” macchiata di sadismo, l’immagine sullo schermo proposta dalla Ducournau è un culto del corpo, sempre in bilico e mai al sicuro. Lucide e pallide pelli di guance e labbra sempre minacciate da denti neanche troppo appuntiti, assolutamente normali.

Raw. La fame del crudo e l'altro da sè

Il cannibalismo di Raw, estremo e per certi versi disturbante, si allontana drasticamente dall’eleganza del dubbio di Hannibal di cui già abbiamo parlato. Quello di Justine e sua sorella è il cruccio della venuta dell’altro, l’ingresso sul palcoscenico del corpo mai posseduto nella sua totalità, di un diverso da sé (ma ancora sé) che agisce e si lascia agire da istinti animaleschi, sinistri e disumani, per mezzo della fame. Istinto di fame che sì rende partecipe primo nella creazione di un doppio insito nello “stesso”, pura schizofrenia (dal greco σχιζο, ossia dividere) che forma lo spazio d’azione corporeo di un “altro”, spazio le cui leggi sono dettate da una fame turbata, cannibalesca e necrofila perfino. Raw è lotta infinita che trova soluzione nell’autodistruzione, come nella sequenza in cui Justine, durante la sua prima esperienza sessuale, nel tentativo di arrestare la fame di carne e di sangue, finisce per mordere il proprio braccio, chiudendo il cerchio della fame per cui il corpo agito dal sè va in pasto al corpo agente dell’altro-da-sé. Ma il disperato circolo della fame cannibale sembra non essere in grado di auto estinguersi. Questo perché, come suggerito allo spettatore nella sequenza finale, il cannibalismo si fa gene trasmesso su linea matrilineare.

Justine e la coesistenza d’amore e fame

Costretta alla visione del torace di suo padre, tumefatto e cicatrizzato fino all’irriconoscibile, compito di una terrorizzata Justine in cerca di risposte, lasciatole in eredità dalla generazione fallimentare che la precede, è trovare una soluzione alla coesistenza d’amore e fame, lo stare assieme dei sé contrastanti, un binomio impossibile nell’immaginario di Ducournau, cui va il merito d’aver problematizzato, sulla scorta di una regia devota al campo lungo della totalità d’azione, un punto d’osservazione de-mitizzato e de-storicizzato rispetto quanto il cinema horror ha concepito sul tema dell’assimilazione e digestione dell’altro. Un film affascinante che pur dovendo ammettere i propri limiti e le proprie pecche, offre materia sensibile al nostro ampio discorso sulla fame vista con l’occhio speciale del cinema.

Luca Cardone

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