Kintsugi: oro nelle crepe. E altre sottigliezze giapponesi …

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Viene dal Giappone, il kintsugi. Ed è l’antica arte di riparare la ceramica con l’oro. L’oro, che riluce, ripercorre e sottolinea le fratture dell’oggetto. E ce lo riconsegna più prezioso e più unico di prima. Più vissuto e ormai perfetto nella sua imperfezione.

Proviamo uno stupore culturale, noi occidentali, abituati come siamo, nel migliore dei casi, a produrre riparazioni invisibili che ripropongono un’illusoria originale interezza, e nel peggiore dei casi, ad eliminare tutto ciò che si rompe.
Insomma, noi ripariamo con la colla. Loro con l’oro.

Riusciamo noi a capire il sentimento profondo che c’è dietro il rapporto che i giapponesi hanno con gli oggetti materiali? Possiamo provarci, attraverso parole e immagini. C’è anche un supplemento famelico e #foodcultural in tutto questo: molti degli oggetti che il kintsugi ripara sono recipienti connessi alla tavola e alla casa.

Kin = oro. All’origine del kintsugi

Il termine kintsugi è formato dai radicali “kin” = oro e “tsu-gi” = ricongiunzione, come spiega molto bene il video. Ha un sinonimo in kintsukuroi. La pratica del kintsugi – che poi è sia tecnica che arte, insomma quello che gli antichi greci chiamavano téchne – ha origine intorno al sec XV, si dice “… in seguito alla richiesta di riparazione di una chawan (tazza da tè) da parte dello shogun Ashikaga Yoshimasa ad alcuni ceramisti cinesi; non contento del risultato ottenuto … affidò la riparazione della preziosa tazza da tè ad artigiani manifatturieri giapponesi motivati a trovare un’alternativa esteticamente più accattivante; nasce così la tecnica tutt’ora in uso.”

Con la complicità di una lacca preziosa. E del tempo

Anita Cerrato, ceramista che realizza, insegna e divulga il kintsugi a Milano, lo descrive come una forma di “restauro conservativo, dove l’intervento non è “camuffato”, bensì denunciato e messo in evidenza.” E infatti il kintsugi, come una cicatrice medicata, racconta cosa è stato l’oggetto e che cosa è diventato.

Il video mostra che si lavora con una rara e preziosa lacca, l’urushi, e polvere d’oro zecchino, fissata con un piccolo pennello. Con lentezza. Ci vuole tempo. Anche il tempo di capire l’oggetto col procedere dell’opera.

Mottainai, un sentimento intraducibile

Si aggiusta un oggetto rotto perché ci si dispiace di non poterlo più utilizzare. Perché l’oggetto è carico di vita passata, quasi dotato di un’anima. La parola giapponese “mottainai”, che non ha un equivalente nella nostra lingua e che possiamo tradurre solo con una lunga perifrasi, esprime l’affezione per le cose e il rammarico per lo spreco. Ed è lo stimolo a riparare, operando un restauro amorevole dei frammenti.

Mushin, l’accettazione del cambiamento

L’oggetto riparato, che reca traccia della rottura, sopravvive al cambiamento. L’espressione zen “mushin”, che significa assenza della mente e accettazione delle circostanze, va ben oltre la riparazione di un oggetto, ma la racchiude. Con estrema sottigliezza.

Un workshop di kintsugi a Milano?

Vi piacerebbe magari, a questo punto, cimentarvi con le vostre mani con l’esperienza del kintsugi. C’è chi periodicamente organizza corsi e workshop.

Può valer la pena di tenere d’occhio le proposte di Kintsu, che ha uno showroom all’Isola e il laboratorio a Lodi, o le iniziative organizzate dalla galleria milanese Paraventi Giapponesi. Arrivederci lì?

[Immagini: Jimmy Larch; Kintsu; Beauty of Japan; Esprit Japan]

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