Storia di una via milanese: Giangiacomo Mora, la colonna infame e Manzoni

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Storia e cultura: leggiamo la storia passeggiando in via Giangiacomo Mora perchè il  futuro è alle spalle

La storia non si ripete mai uguale a se stessa, ma presenta elementi che aiutano a comprendere gli eventi che sono in corso. Non esiste futuro senza conoscenza storica.

Milano, anno 1630

Molte persone cominciano a morire presentando gli stessi sintomi: febbre alta, mal di testa, dolori articolari, nausea e vomito, sete, diarrea, tumefazione dei linfonodi.

La peste, prima viene negata, poi per continuare a misconoscere il propagarsi dell’epidemia la si combatte con la caccia agli untori. I presunti colpevoli del flagello sono accusati di spargere «un onto pestifero» sui muri della città, sui banconi delle chiese, su ogni superficie.

Ci si dimentica di bloccare l’epidemia, diventa più importante cercare un colpevole, è più impellente individuare chi la propaga. E tutti sappiamo che quando un colpevole lo si cerca, lo si trova. E lo si punisce in modo atroce.

Milano, anno 2020

Molte persone cominciano a morire presentando gli stessi sintomi: mal di gola, tosse, febbre, difficoltà respiratorie.

Il Coronavirus, prima viene negato, poi scoppia la polemica, si cerca chi è stato a propagarlo. Intanto si perde tempo, ci si divide nel partito “è solo un’influenza” e in quello che urla alla pandemia.

L’untore, quella figura che non manca mai quando scoppia un’epidemia

I tratti comuni tra la peste del 1630 e il Coronavirus del 2020 sono la spasmodica ricerca del primo malato che avrebbe contagiato un’intera popolazione. Una modalità che denuncia l’annichilimento che proviamo di fronte a ciò che avvertiamo come un pericolo sconosciuto e indomabile.

La sicurezza delle nostre città, sicuramente più salubri di quelle del 1630, non serve a rassicurarci. Così come nel 1630 ci si distrae dalla paura di morire, cercando un colpevole. Nasce l’esigenza di avere un nome a cui dare la colpa.

Storia di una via milanese: Giangiacomo Mora, ovvero una fake news del 600

Quante volte vi sarà capitato di passeggiare a Porta Ticinese, nei pressi delle Colonne di San Lorenzo? Ebbene avete mai posato lo sguardo su quella scultura seminascosta e sulla targa che recita: “Qui sorgeva un tempo la casa di Gian Giacomo Mora, ingiustamente torturato e condannato a morte come untore durante la pestilenza del 1630”?

La scultura, realizzata dal Menegon nel 2005, raffigura una colonna che ricorda la Colonna Infame, che ha ispirato al Manzoni il saggio la Storia della colonna infame.

Milano nell’estate del 1630 visse la tragedia di contare più di 200 morti al giorno. Non si trovava la cura, tutti cominciarono a credere che loschi figuri, spie di paesi nemici, si aggirassero con unguenti giallognoli, per diffondere la peste. Si iniziò la caccia all’untore.

Lo storico Ripamonti ci narra di un anziano che, prima di sedersi su una panca della chiesa di S. Antonio, passò il mantello per pulirla. Chi assistette alla scena, lo accusò di essere un untore e lo uccise senza pietà. Stessa sorte toccò anche a tre viaggiatori francesi affascinati dal Duomo, tanto da non resistere alla tentazione di toccare il marmo. Impavido gesto! Senza capire perché, furono uccisi.

La mattina del 21 giugno 1630 venne trovata dell’unguento giallastro in tutto Corso di Porta Ticinese; venne accusato di essere un untore il commissario della Sanità, Guglielmo Piazza, che stava solo svolgendo il suo lavoro.

Dopo cinque giorni di torture confessò ciò che gli fu suggerito. Aveva sparso l’unguento datogli da un barbiere del Ticinese: Gian Giacomo Mora.

L’ignaro barbiere fu immediatamente arrestato, torturato e condannato a morte. In Piazza Vetra fu trascinato fino al patibolo per essere impiccato. Se fosse stato ricco avrebbe trovato la morte in Piazza dei Mercanti e avrebbe conosciuto la mannaia.

La condanna pubblica del Piazza e del Mora doveva essere un monito per tutti. Per questo fu rasa al suolo la casa del barbiere e innalzata una colonna di granito allo scopo di ricordare a tutti la fine che facevano gli untori.

Solo nel 700 la colonna fu distrutta, dal momento che da monito si era trasformato in onta per la giustizia.

Manzoni, la storia della Colonna infame e quel senso di giustizia che viene violentato

Storia di una via milanese Giangiacomo Mora. Manzoni narra la peste ne la storia della colonna infame

Mentre Alessandro Manzoni  scriveva i Promessi sposi, lo scrittore s’imbatté in diversi documenti che descrivevano un processo intentato nel 1630 contro due uomini accusati di essere untori.

Questa tragica storia avrebbe dovuto essere parte integrante dei  capitoli dei Promessi sposi dedicati alla peste, ma l’interesse e la lunghezza spinse lo scrittore a non includerla nel romanzo.

In Storia della colonna infame Manzoni narra le vicende di un processo assurdo. Ci si chiede come è possibile che dei giudici potessero credere a superstizioni prive di fondamento, che rispondevano solo a un’isteria collettiva che reclamava sangue per riparare ad altro sangue versato.

Quei giudici sapevano  bene quello che facevano, sapevano cosa voleva il popolo e per tenerlo calmo procurarono finti colpevoli. L’infamia non era dei condannati, ma solo di chi doveva amministrare la giustizia.

Credete ancora che la storia sia solo una “pagina morta”?

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