#ShotMovieFood. Musei, classicismo e innovazione: la parola al cinema

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Frames in ordine sparso: per Famelici una volta ogni quindici giorni, film degustati per voi da Luca Cardone.

Recensioni cinema di Luca Cardone
Luca Cardone: “Se Feuerbach avesse ragione e fossimo ciò che mangiamo, io sarei cinema, filosofia, poesia e altri pochi piatti, tutti possibilmente a base di carne e pesce. Poco Gourmet nel pratico ma tanto nello spirito. Il mio tentativo è quello di approfondire filosoficamente il cosmo culinario all’interno del cinema”.

Tempio classicista, luogo di contemplazione, casa di fantasmi storici e poi ordine, visione stabile e silenziosa, monolitica e sacra. Oppure l’esatto contrario: esperienza estrema e limitrofa, luogo dissacrante e performativo, caotico e dinamico. Parliamo di musei, della loro metamorfosi e di quella lotta che, un paio di spanne poco dietro la contrapposizione tra classicismo e modernismo, s’infervora dando voce al museo classico e a quello moderno dell’innovazione. Più che sulle opere l’attrito si materializza al livello dell’esperienza. Forse stare seduti un’ora, se si ha la fortuna di trovare una comoda poltrona posta di fronte a quel Caravaggio che tanto ci ha colpito, ha un po’ stufato. D’altra parte l’idea d’essere parte integrante dell’opera esposta mediante l’avvicinarsi e l’allontanarsi, il guardare e l’ignorare, il toccare o lo spostare, può arrecare non poche perplessità a chi nell’arte continua a cercare l’eterna εἶδος , la forma perfetta in se stessa e con se stessa. Ma giocare a fare gli equilibristi sulla definizione di arte, proprio su quel baratro infinito imbibito di riflessioni estetiche e filosofiche su ciò che l’arte è e dovrebbe essere, è una mossa pericolosa, la cui risoluzione difficilmente abbraccia la via dell’univocità. Uno degli strumenti che ci consente di tastare il territorio entro cui riflettiamo è il cinema (si, sempre lui). Il cinema non sa prendere una posizione in questo duello. Vero è che il flusso di modernismo, attraverso il rinnovarsi delle pratiche tecniche del cinema e il giocare in modo ossessivo alla scoperta di nuovi linguaggi, ha portato all’esplosione dello schema classico della pellicola. In alcune occasioni però il cinema si è concesso il diritto, parlando di musei, d’esprimere il proprio punto di vista.

Musei: classicismo o innovazione? La parola al cinema

musei: il dibattito su che cosa siano nel cinemaImpossibile dunque non dare la parola a Ruben Ostlund e al suo film The Square, trionfante a Cannes nella scorsa edizione. Il particolare museo preso come dettaglio è il museo d’arte contemporanea del palazzo reale di Stoccolma, struttura per cui Christian svolge il ruolo di direttore. Introduce nella sua mostra un quadrato, la cui targa riporta: “Il Quadrato è un santuario di fiducia e altruismo. Al suo interno tutti dividiamo gli stessi diritti e doveri”. Un’installazione che fa da punto critico e nucleare rispetto al resto della pellicola, ossia la stessa vita di Christian, giocata in un oceano di ipocrisia, falsità e menzogne che per nessuna ragione sanno mettere d’accordo l’impalcatura di facciata, quella del direttore del museo, e la triste e umanissima locandina interiore, quella del Christian padre, vicino, cittadino. Ma ciò che da materia alla riflessione che qui si fa strada è lo sfondo su cui si muovono le idiosincrasie e i discorsi di tutti i personaggi: il museo stesso. Dinamico, innovativo, una girandola esperienziale. Il museo gestito da Christian è un circo di sensazioni e riflessioni. Nella testa dell’autore però, essendo un circo, non mancano gli animali in gabbia, ossia gli stessi visitatori. Arte come capriccio, consumo. Nulla di diverso dalla fetta di torta nel piatto nonostante la sensazione di sazietà. Vizio borghese che si fa emblema, stendardo a toni smorti , di un movimento di collasso e di crisi della fruizione artistica del nostro tempo. La crisi dei visitatori che , in The Square, fremono nell’attesa di assaltare i buffet inaugurale dell’opera durante la presentazione di questa. Ostlund non mette neanche i guantoni per sferrare i suoi colpi, anzi, graffia e morde, proprio come quell’attore che nella macro sequenza dedicata alla performance artistica di un gorilla umanoide, si strappa la museruola imposta da chi più che sovvenzionarla, l’arte, la sta consumando come si fa con lo strato di zucchero di una caramella.

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Se per Ruben Ostlund il museo moderno, fresco e innovativo, è un circo fatto di animali e marionette, inconsapevoli e pericolose nel loro giocare con l’arte, d’altra parte un autore russo ha saputo comprimere e inscatolare l’intera storia di un popolo in un museo, confondendola tra i dipinti, le statue e le sale di una struttura classica forgiata per uno spirito classico quale quello russo. Parliamo dell’Ermitage di San Pietroburgo, di Alexandr Sokurov e della sua Arca Russa. Immaginate d’aggirarvi per le sale di un museo come l’Ermitage e d’acquisire all’improvviso una certa facoltà per cui vi è concesso essere in quello stesso luogo, ma in un momento storico differente. Sokurov scaraventa se stesso nel diciottesimo secolo in un moto di risalita verso la sua contemporaneità. Quello che prima era un museo ora è una corte reale animata da re e regine, principesse, Pietro il Grande, Caterina, gli zar, uomini vestiti a festa per il ballo, teatranti e guardie. Girato in un unico piano sequenza, ossia in una singola ripresa che mai si appella ai tagli del montaggio, la pellicola di Sokurov trae dinamismo estremo dai movimenti di macchina a mano che lo stesso regista esegue, trascinandoci nella storia del popolo russo. Ad accompagnarci in questo viaggio onirico, come fantasmi dietro pareti di vetro, sarà una sagoma alta, nera e ricurva; l’incarnazione dello spirito europeo che tasta, giudica e analizza la Russia e il suo popolo dall’alto della propria superbia barocca di matrice “europeggiante” accusando il fantasmagorico protagonista invisibile e la sua cultura d’essere mancante d’una vera e propria identità storico culturale. Tra viaggio, riflessione e critica, l’intento della pellicola subacquea di Sokurov, che mette in scena luoghi e luci al di là dei protagonisti, è quello di far salire ogni opera, ricordo e squarcio di tempo, su una grande arca, biblica almeno quanto quella di Noè. Museo come spazio mobile e itinerante, circondato dall’oceano del tempo, come mostrato nella battuta finale in cui solo chi ha potuto sbirciare l’esterno dell’imponente palazzo di ghiaccio ha scorto l’infinità di ciò che si oppone alla pietra, alle tele, ai tessuti e le carni. Sull’arca la storia si fa e confà, si perpetua salvandosi. Un prodotto cinematografico scisso tra sperimentalità e adesione artistica di gusto classico. Fantasy e storia dura e opaca che si fondono in un’unica forma. E se sul livello cinematografico, girando l’intera pellicola in digitale (cosa non scontata nel 2002), il Sokurov tecnico concede qualcosa al progresso, la riflessione del Sokurov pensatore sprofonda in una concezione monumentale del museo, casa di popoli entro cui trovare i propri tratti caratterizzanti e riflettere sul proprio passato. Un luogo sacro in movimento perenne, come il titano Crono a spasso per l’eternità. Museo come baluardo e porto sicuro contro gli attacchi del tempo, signore di mille guerre, che tutto vede e tutto demolisce.

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Ricordiamo anche la desacralizzazione concettuale del museo di Jean-Luc Godard in Bande à Part, nella gloriosa scena in cui Anna Karina, Sami Frey e Claude Brasseur utilizzano le ampie sale del Louvre come pista per una gara, sequenza citata poi da Bertolucci in The Dreamers. Irriverente risata e affanno contro pareti dense di storia e cultura, corridoi spezzati e privati della loro mausoleica fermezza. L’esorcismo per bandire il demone dell’intoccabilità delle forme classiche. Noi, a cavallo di questo secolo fatto di sprint, sguardi sul passato, nostalgie e progresso, forse possiamo e dobbiamo accettare l’idea di un museo metamorfico: circo, arca, pista demitizzata. Tante fotografie per un luogo unico, quello in cui respiriamo per davvero, seppure solo di riflesso.

Luca Cardone

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