Piero Fornasetti: l’alchimista del gusto

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Piero Fornasetti, ovvero un universo surreale, onirico, ironico e metafisico

“Immaginazione, fantasia e creatività sono cibi insopprimibili per l’anima e per lo spirito: è un dovere per chi ne ha il darne agli altri, ed è così, che la fantasia chiama la fantasia e che la poesia invita alla poesia per tutti, a tempo pieno”. Come non ricordare Piero Fornasetti in occasione della Milano Design Week?

Chi è Piero Fornasetti

Pittore, scultore, decoratore d’interni, stampatore di libri d’arte, designer, scenografo, costumista, organizzatore d’esposizioni e tante altre cose ancora. Amico di Giò Ponti, Lucio Fontana, Manzù, Sassu e Giorgio De Chirico, amante delle immagini tanto da ritagliarle e collezionarle in grossi cataloghi di cartone marrone, Piero Fornasetti è stato uno dei talenti artistici più originali del XX secolo. Piero Fornasetti: pittore, scultore, decoratore d’interni, stampatore di libri d’arte, designer, scenografo, costumista, organizzatore d’esposizioni e tante altre cose ancoraHa iniziato la sua carriera come stampatore di litografie, un’esperienza importante, come ci ricorda il contorno nero presente in numerose sue opere. Il mercato lo ha riconosciuto come designer, ma Fornasetti non ha mai amato questo termine. Con la sua proverbiale ironia, storpiava il nome in desinger. Ha sempre preferito essere considerato un artista rinascimentale. La sua carriera inizia con numerosi rifiuti, ma  non si piega mai ai dettami delle mode del momento. “Un artista che vuole avere successo non è più un artista. E’ una persona che vuole avere successo. Se si adegua alle mode arriva in ritardo perché ormai si sono adeguati tutti. Quindi forse l’idea è quella di non adeguarsi, di essere originale. Per esempio sto proponendo l’idea di creare delle cose per la moda che non passino di moda”. É un virtuoso dell’arte, un artigiano che ama la qualità e che la vorrebbe per tutti. “Il design dovrebbe essere la produzione di oggetti di alta qualità a basso prezzo. La situazione si è invertita, è diventato sì il buon disegno, il più delle volte, ma ad alto prezzo. Per un élite. Allora è sbagliato.” Insomma un artista eclettico, surreale, originale, emozionante, curioso verso la quotidianità. Ha sempre disegnato ciò che poteva trasformarsi per incanto in arte.

Ma a chi appartiene quel volto diventato simbolo di Fornasetti?

Alla cantante lirica Liliana Cavalieri (1875-1944), la diva della Belle Epoque, famosa per le sue arti seduttive e per la sua grande voce. Una bellezza classica ma nello stesso tempo enigmatica. Per Fornasetti “il decoro dei decori”, una donna bellissima, una ammaliatrice che sembra uscita dalle pagine di un romanzo. Poco si sa delle sue origini, neppure con precisione il luogo e la data di nascita. Di sicuro proviene da una umile famiglia.a chi appartiene quel volto diventato simbolo di Fornasetti? Alla cantante lirica Liliana Cavalieri  Fin da giovane lavora, dapprima come sarta, poi come venditrice di viole e infine in una tipografia. Affascinata dalle sciantose del Baraccone delle Meraviglie di piazza Guglielmo Pepe a Roma, sogna di diventare una grande cantante. La sente cantare un vicino di casa che le propone di darle lezioni di canto. Viene ingaggiata per piccoli spettacoli, dal Caffè Concerto di piazza Esedra, al Grande Orfeo di piazza Navona fino alla scrittura al Caffè Concerto Diocleziano in piazza Termini e al Salone Margherita. Diventa un’affermata chanteuse di Roma, e da lì approda a Napoli, il regno dei caffé chantants e la culla delle canzoni popolari oggetto del suo repertorio. Donna seducente, dotata di una bella voce conquista anche importanti piazze estere. Va a Parigi alle Folies-Bergères, a Londra all’Empire, a Vienna all’English Garden. É sulla bocca di tutti. Si diffonde la leggenda di un duello a Roma tra lei e una nota attrice di teatro. Lina si sarebbe presentata a braccia nude, calzando stivaletti, dimostrando un’abilità che le consente di ferire l’avversaria. La giovane donna ha un sogno nel cassetto, che desidera realizzare a tutti i costi: diventare cantante lirica. Studia e cerca una scrittura. Il primo debutto è a Lisbona con i Pagliacci di Leoncavallo: un fallimento. Ritorna a Napoli, debutta al San Carlo nella Bohème di Puccini. Va a Londra, Roma, Parigi, arriva fino a New York, dove diventa la stella del teatro d’opera Metropolitan, all’epoca il più importante per la qualità degli spettacoli e  per le paghe agli artisti. Ha la fortuna di lavorare con Caruso nella Fedora. La scena prevede un lungo bacio appassionato. Il pubblico ne rimane abbagliato e da lì nasce l’appellativo di “The kissing primadonna”. Puccini, Leoncavallo, Giordano, Massenet sono scettici nell’affidarle delle parti, ma devono cedere, riconoscendo il suo fascino. Un fascino avvolto nel mistero, che la cantante alimenta ad arte. Il suo salotto è frequentato dagli uomini più importanti dell’epoca. D’ Annunzio – che la definisce «massima testimonianza di Venere in terra» – le dedica una copia del romanzo Il Piacere: «A Lina Cavalieri, che ha saputo comporre con arte, una insolita armonia tra la bellezza del suo corpo e la passione del suo canto. Un poeta riconoscente. Firmato Gabriele D’Annunzio». Trilussa scrive di lei: «Fior d’orchidea,/ il bacio dato sulla bocca tua/ lo paragono al bacio d’una dea». Della sua vita privata si sa poco. Ha avuto un figlio in giovane età, probabilmente dal suo maestro di canto. Con il figlio ha un rapporto burrascoso, forse anche per il suo rifiuto di rivelare l’identità del padre. Dalla sua relazione con Giuseppe Campari, un pilota di automobili morto in un incidente stradale, ha una figlia, Elsa. Al culmine del suo successo decide di ritirarsi a vita privata. Il 6 marzo 1944, durante un attacco aereo su Firenze, una bomba distrugge la sua villa, seppellendola sotto le macerie. Alcuni ipotizzano che il bombardamento fosse progettato per punirla dei suoi rapporti con i gerarchi nazisti. Una morte misteriosa per una vita avvolta nel mistero. E Piero Fornasetti? Come Giò Ponti, Alberto Moravia, Henry Miller, Pablo Neruda e Max Ernst, il padre del Surrealismo, sono affascinati dal suo volto. Fornasetti realizza una serie di piatti, oltre 500 pezzi, che lo ritraggono. É il 1952 quando lo riproduce  per la prima volta, stampandolo su un piatto. La riproduzione seriale ricorre spesso nelle opere dell’artista, testimoniando l’ossessione/passione per lo studio in serie dell’evoluzione di temi particolari. Tantissime volte l’artista riproduce la stessa immagine in infinite varianti. Due anni prima nacque Barnaba, figlio ribelle, iconoclasta che iniziò la sua vita nella Milano della ‘contestazione’ e delle ‘comuni’, creando una rivista underground ‘Get Ready’, splendida nella grafica e nei contenuti: da lì in poi, decine di collaborazioni e l’accoglienza dell’eredità, un’eredità che ha saputo con discernimento, cultura e attenzione, sviluppare e  rendere sempre attuale. Ma su di lui, il suo pensiero e la sua visione, scriveremo un prossimo post.

Si può parlare di “Stile Fornasetti”?

Assolutamente sì. Lo “Stile Fornasetti” è sinonimo di classicismo, primitivismo, surrealismo e razionalismo. Lo testimonia una ricca collezione di differenti oggetti che l’artista ha conservato nella sua dimora: dalle carte geografiche ai cataloghi.Fornasetti ha utilizzato diversi simboli, tra cui i più ricorrenti: civette, carte da gioco, capitelli, colonne, volti greci, farfalle.  Ha costruito un mondo dentro altri mondi, ha creato visioni oniriche, costruttrici di un viaggio senza tempo ed espressioni surreali fondatrici di un universo magico e fantastico. Un genio, un alchimista, che non ha mai conosciuto un punto di arrivo, ma una continua evoluzione. Ha proposto uno stile eclettico mixando classicismo e modernità. Ha utilizzato diversi simboli, tra cui civette, carte da gioco, capitelli, colonne, volti greci, farfalle. Fornasetti non è mai stato di moda, è stato un anticipatore di stili con uno strano e personalissimo mix, ben sintetizzato dal titolo della mostra per il suo centenario alla Triennale: 100 anni di follia pratica. Così, ad esempio, i suoi piatti sono diventati icone del gusto. Il suo grande merito? Trasferire l’arte su un oggetto comune mixando industria e artigianato. Utopia? Forse, ma i desideri, realizzabili o meno, non servono per vivere la vita appieno?

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