Letteratura, cibo, narrazione: il cibo è cultura

Nell’immagine: opere dell’artista giapponese Maruimichi

Cibo e cultura: in Italia sono un elemento identitario fortissimo. Non avviene in tutte le culture. In taluni casi ci sono delle bellissime eccezioni.

Certamente il cibo, nello storytelling nazionale, è presente anche quando non appare espresso a chiare lettere: nel senso che per un lettore italico è abbastanza solo un piccolo accenno, tipo “(…) e per finire la cena, un buon caffè (…)” perché nella sua mente si affaccino tanti sapori – almeno dell’ultimo pasto! Ci sta a pennello, a questo riguardo, la citazione di M. PollanUnico fra gli animali, l’uomo vuole che il suo cibo non sia solo “buono da mangiare”, ma vuole anche, citando Lévi-Strauss, che sia “buono da pensare”, perché fra tutte le cose di cui ci nutriamo vi sono anche le idee”. Si può ben parlare di letteratura, cibo, narrazione!

La cultura del cibo in Italia: letteratura, cibo, narrazione

Proprio riguardo la cultura italica del cibo,non posso evitare un rapido cenno al Manifesto della cucina futurista pubblicato nel 1931 (ne abbiamo già parlato precedentemente), manifesto in cui si vuole capovolgere radicalmente l’approccio al cibo: dunque proprio nella patria del buon mangiare, delle relazioni nata a tavola, della familiarità e del buon gusto, è nato il dissacratore per eccellenza, quel Marinetti che, ancor prima, con il suo Manifesto Futurista, pubblicato nel febbraio 1909, stravolse completamente l’ordine dell’arte mondiale, precedendo i grandi sommovimenti dei Dada e dei Surrealisti venuti dopo di lui.

Ecco un breve cenno tratto dal Manifesto della cucina futurista: “Crediamo anzitutto necessaria: a) L’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana. Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso, il roast-beef e il budino, agli olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo”.

La percezione del cibo cambia di Paese in Paese …

Certo, questo fenomeno non avviene ovunque nel mondo ove il cibo, prima di diventare  letteratura e narrazione”, è espressione di vissuti completamente diversi, per la maggior parte delle persone nel mondo, il cibo è un rito della sussistenza che solo in poche Nazioni si trasforma in racconto dell’abbondanza e sopra tutto della diversità (una stessa ricetta italiana è contesa e personalizzata in luoghi che si collocano a pochi KM di distanza). 

E’ comunque un viaggio meraviglioso andare a curiosare nel cibo del mondo e nella sua letteratura. Partiamo da Banana Yashimoto, questa particolare intellettuale giapponese che della essenzialità dello Zen ha fatto la sua cifra stilistica e come, per esempio, nell’ultimo Su un letto di fiori il cibo appare spesso – sopratutto le alghe wakame. Perchè? Perchè la protagosista Miki, adottata infante, venne ritrovata proprio su una culla di alghe.

Con Jorge Amado abbiamo “Gabriella, garofano e cannella”, ove Gabriella, selvatica e ingenua, ama un certo Nacib, che dopo averla assunta come cuoca, la fa diventare ben presto regina della sua vasta casa. Malgrado ciò, nella sua ingenuità, si dona anche ad altri. E, nella “La signora del miele” di Fanny Buitrago (scrittrice e drammaturga colombiana), avverrà un risveglio grazie alle cure gastro-afrodisiache del dottor Amiel.

Ma guardiamoci indietro di qualche tempo: ne Le golose, scritto nel 1907 da Guido Gozzano si parla di signore e pasticceria, qui sotto, un inciso:

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine – le dita senza guanto –
scelgon la pasta. Quanto ritornano bambine! […]

Vediamo un altro cenno di autore italiano, Camilleri, che nel 2008 pubblica Il campo del vasaio: qui trovate un passaggio:

“Arrivarono al ristorante “Peppucciu ’u piscaturi”, sulla strata per Fiacca, che erano squasi le deci. Il commissario aveva prenotato un tavolo pirchì quel locale era sempre chino di genti. […] Menu: antipasto di mare (anciovi fatte còciri nel suco di limone e condite con oglio, sali, pepe e prezzemolo; anciovi “sciavurusi” al seme di finocchio; ’nsalata di purpi; fragaglia fritta); primo piatto: spaghetti alla salsa corallina; secondo piatto: aragusta alla marinara (cotta sulla braci viva, condita con oglio, sali e tanticchia di prezzemolo)”.

Letteratura, cibo, narrazione: la lezione della letteratura femminile orientale

Nel celeberrimo La maga delle spezie di Chitra Divakaruni, invece, Tilo è una maga travestita da venditrice di spezie indiane, che somministra ai clienti per guarire corpo e anima. E finiamo questo breve viaggio con Le ricette della signora Tokue: in questo libro, con amorevole perseveranza, l’anziana Tokue ci insegna i lenti e minuziosi passaggi grazie ai quali si compie una magia, in questo caso, un piatto: «Si tratta di osservare bene l’aspetto degli azuki. Di aprirsi a ciò che hanno da dirci. Significa, per esempio, immaginare i giorni di pioggia e i giorni di sole che hanno vissuto. Ascoltare la storia del loro viaggio, dei venti che li hanno portati fino a noi»

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