Cibo, cultura, identità

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Cibo, cultura, identità: che gran bel tema per noi italiani

A noi italiani non serve molto tempo per pensare su come e quanto l‘alimentazione sia stata e sia uno strumento di creazione di identità, perché questo è un aspetto che viviamo tutti i giorni da millenni. Ciò che mangiamo è anche uno straordinario veicolo di affermazione della nostra identità e occasione di incontro e scambio. Noi siamo stati e siamo ciò che mangiamo. E continueremo ad esserlo se sapremo amalgamare il nuovo con l’antico come fossero elementi di una sapiente ricetta di cucina. Ci viene in aiuto una citazione dell’antropologo Claude Levi Strauss: “La cucina di una società è il linguaggio nel quale essa traduce, inconsciamente, la sua struttura”.

Alimentazione, un elemento fondamentale dell’identità

“Siamo quello che mangiamo” molte le scuole di pensiero che perpetrano questo concetto ma, solo ultimamente (e con Expo 2015), è diventato popolare. Nel cibo non troviamo solo un mezzo nutrizionale,  inoltrandoci molto più addentro troviamo molto di più della sola componente materica. Abbiamo già parlato di Cibo, cultura, identità nel III millennio in questo post ed ora approfondiamo alcune parti del tema.
La valenza del cibo, di sedersi cioè attorno ad un tavolo, degustando una tazza di caffè, the o un bicchiere vino, sono straordinari mezzi per conoscersi dentro e affinare il proprio ruolo, per trovare una collocazione nel sociale, un proprio personale posto al sole. I prodotti, i paesaggi, gli odori, le tradizioni, l’artigianato e le ricette di un determinato luogo, sono punti di riferimento essenziali ed in questo senso il cibo e tutta la ritualità che ha intorno (dalle tovaglie ai segna posto, dai piatti alle peschiere sino alle regole del galateo) rappresenta un mezzo di scambio culturale, la prima forma di contatto tra due civiltà, o due gruppi sociali, o anche solo due individui…

Cambiare punti di riferimento, cambiare modi di mangiare: sì, ma attenzione alla metabolizzazione…

Siamo un’umanità in viaggio continuo e senza metamorfosi non c’è identità. Questo antefatto è facilmente riscontrabile guardando la storia. Ma, altrettanto vero è che cambiamenti troppo repentini portano a re-Azioni (talvolta di una aggressività e ferocia senza limiti) che con altrettanta chiarezza la storia ci offre in facile visione: dunque la metabolizzazione dei nuovi elementi deve avere i suoi tempi pena la perdita di riferimenti, di equilibrio, di senso della realtà…. Lo stesso avviene in cucina, nei confronti di molte nuove ricette che stentano ad affermarsi per la loro eterogeneità rimasta in superficie, quasi un segno senza suono, una campana lontana, una foto sfuocata.
La globalizzazione e la digitalizzazione hanno riformulato in profondità il concetto di identità rendendolo più liquido ed in divenire. Per dare un senso più preciso a questo concetto cito il sinologo e filosofo francese F. Jullien: “l’essere non deve essere un’ossessione: il mondo nasce e muore ogni giorno, dobbiamo abituarci …”.

Identificarsi in una modalità liquida

L’identità di un individuo non è unitaria, monolitica: la molteplicità è al contrario una ricchezza con cui confrontarsi creativamente. Siamo un Paese “multi-culturale e contaminato e ricco” per eccellenza (ci ricorda Wikipedia: “La storia d’Italia è tra le più ricche e antiche del mondo. Strettamente legata alla cultura occidentale, alla storia del nord e centro Europa e alle civiltà del bacino del Mediterraneo”), un paese in cui l’identità si è formata a “strati” dalle più diverse provenienze e civiltà dando così vita a questa italianità così ricca di invenzioni, arte e saper  vivere: una ricchezza senza pari (ricordiamo che in fatto di siti UNESCO siamo primi al mondo e che, in marzo di quest’anno, una ricerca Blooomerg ha definito il popolo italiano il più in salute, longevo e sano del mondo, delineando così una “nuova ricchezza” di cui fare tesoro). “Cibo cultura identità”: una gran bella opportunità per parlare di noi.

Nell’immagine in alto, un particolare: Magritte, La grande guerra, 1964

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