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Esistono mille modi di cucinare le patate, ma la patata dell’università non ce l’aspettavamo!!!

La patata è capace di sorprenderti sempre: gratinata, al forno, fritta, come ingrediente principale di una vellutata, addirittura sotto forma di cupcake. Ma a dire il vero la patata dell’università non ce l’aspettavamo!!!! Daigaku in giapponese significa università e Imo patata. Evitando facile ironie, vi raccontiamo una storia giapponese antichissima.

Esistono mille modi di cucinare le patate, ma la patata dell’università non ce l’aspettavamo!!!

Nel Giappone feudale, all’epoca della dinastia dei Tokugawa (l’Era Meiji, l’era moderna, di incontro con l’Occidente), vi erano numerosi Ronin, i Samurai senza un capo o un feudo da servire. Molti di loro intraprendevano un Musha Shugyo (viaggio di studio del guerriero) per trovare successivamente qualche potente signore da servire. Talvolta il Ronin era un vero vagabondo, senza soldi, che poteva essere arruolato in cambio del solo vitto e alloggio. Il Ronin (uomo-onda) rappresentava una classe sociale allo sbando priva di denaro e alla ricerca di una nuova identità.

Ma le patate che cosa c’entrano?

I Ronin di oggi sono gli studenti universitari, per essere più precisi gli aspiranti tali! In Giappone per accedere agli studi bisogna sostenere test molto severi. Non tutti ci riescono. A Tokyio le Daigaku Imo, le patate dolci, erano, un po’ di tempo fa, il cibo che potevano permettersi gli studenti squattrinati. Oggi sono uno snack assai apprezzato dai giapponesi, addirittura protagonista di festival daigakusai, promossi dagli atenei stessi.

Sono un piatto povero, reso dolce dalla glassa che ricopre le patate. Si utilizza  la  patata satsuma-imo, appuntita, dalla buccia violacea e la polpa chiara. É fritta con la buccia e tagliata con una tecnica particolare: il ran-giri, un taglio irregolare di pezzi grossi uguali. Per cuocere una patata  si versano in una padella 4 cucchiai di zucchero, un cucchiaio di salsa di soia Shoyu (crema fermentata in botti di cedro o di quercia col koji, prodotto dalla farina di fagioli di soia), un cucchiaio di Mirin (una specie di sakè, più denso e meno alcolico, a base di riso glutinoso cotto a vapore e di liquore di riso)  e uno di acqua. Si gira fino ad ottenimento di una sorta di caramello. A questo punto si mettono a cuocere gli spicchi di patata. Il tutto si spolvera, dopo la glassatura, con semi di sesamo. Si può mangiare la patata dolce calda o tiepida.

E così abbiamo scoperto i mille modi di cucinare le patate! Itadakimasu!

 

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Written by Monica Viani

Giornalista e blogger specializzata in enogastronomia e travel, non amo i confini e i pregiudizi, nemmeno quando mi siedo a tavola. In un calice di vino, in un piatto si nascondono storie, speranze e gioie di interi popoli. Cibo è cultura, contaminazione, convivialità, potere e tante altre cose da indagare con spirito famelico. Con Fabrizio Bellavista e il suo sguardo aperto al futuro, cerco di affrontare il mondo del cibo in chiave culturale. Il mio unico imperativo categorico? Mai fermarmi al primo morso, ma divorare tutto ciò che può essere degustato!

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