Manifesto di un nuovo agire creativo in nome di cibo e cultura

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Una risata vi seppellirà. Frase attribuita all’anarchico Michail Bakunin scritta sui muri di molte città nel 68, gridata nei cortei del 1977, cancellata dalla P38 e dagli anni di piombo. Poi decenni di normalizzazione, di crollo delle utopie in nome dell’imporsi di un feroce individualismo. E forse oggi, dopo il Coronavirus, sarà necessario ripensare a una nuova rivoluzione che metta al centro la CREATIVITA’.

Per farlo, come ogni rivoluzione, occorre prima saper resistere. Resistere a quelle sirene che ci sussurrano che presto tutto tornerà come prima, si tornerà alla normalità. Non solo, saremo migliori. E invece no. Non torneremo come prima e se accadesse saremmo peggiori. E i primi che lo stanno avvertendo sono i ristoratori e l’intero settore del food. Il lockdown ha imposto un profondo ripensamento della loro professione e del significato del cibo.

Da dove partire? Dall’imparare a dire dei “no”. No al tempo accelerato, alla fretta, alla rincorsa di un tempo che ci sembra inafferrabile. Così non viviamo, ci consumiamo. Non abbiamo tempo per cogliere la Bellezza e smarrire quegli attimi che compongono quel tempo che non è un Assoluto.

Occorre coraggio, tanto coraggio, quello che non abbiamo mai avuto. Affascinati dal nuovo in quanto tale, abbiamo perso l’abitudine a porci al centro della nostra esistenza. Se rileggessimo le biografie degli uomini del Rinascimento, impareremmo come si fanno le vere rivoluzioni culturali, le uniche destinate a durare.

Riappropriarsi del tempo e dello spazio significa imparare a RESPIRARE. Senza il respiro, non c’è vita. E poi? Riacquistato il respiro, superare l’afasia, l’incapacità di dare alle cose, ai sentimenti un nome che sia significante. Le parole vuote non hanno valore, non hanno vita. Sono solo fragili involucri vuoti. Senza parole, non c’è reciprocità, c’è solo solitudine e tentativo di giustificare ciò che è privo di anima. Non ci accorgiamo più di ferire la Natura e gli altri uomini. Senza cura, non c’è rispetto della socialità della vita. E così perdiamo il respiro, siamo solo zombie e consumatori compulsivi, chiusi in mondi incapaci di comunicare. Lo ha compreso il mondo della moda, come testimonia la bella lettera di Armani.

Manifesto di un nuovo agire creativo: nuovi codici linguistici per nuove modalità espressive. Nuovo compito per chi scrive e comunica

Per riacquistare il nostro “respiro” partiamo da noi stessi, dal nostro modo di lavorare e di vivere con gli altri. Io scrivo e per me ripartire è cambiare modo di raccontare l’enogastronomia. Basta fronzoli, basta ricerca del sensazionale privo di motivazioni, cercherò il “respiro” del racconto. La verità umana è imperfetta, ci si avvicina se si formulano bene le domande. Chi cerca la profondità delle risposte non può essere veloce, deve rispettare i tempi della riflessione, deve sviluppare la creatività. Il significato è frutto del pensiero e questo si articola attraverso le parole.

La stessa scrittura deve cambiare, mescolare i generi, richiamare pensieri, emozioni, desideri, sogni. Non violentiamo più la nostra lingua con aride abbreviazioni impersonali. Cessiamo di affamare la nostra lingua privandola di nutrimento.

Come si fa ad entrare di nuovo in contatto con il “respiro”? Come diceva Hannah Arendt il futuro è alle spalle. Riscoprire la bellezza dei classici: dalla letteratura al teatro fino alla musica. Riscopriamo quelle connessioni che abbiamo perduto, accettiamo la fragilità della vita.

La cultura è la migliore risposta alla crisi della nostra epoca. É l’unica in grado di gettarci nel futuro, in un futuro in cui l’uomo torni ad essere il centro. In nome di cibo e cultura.

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