Crisi dell’agricoltura: stiamo costruendo o divorando il futuro?

Un sorprendente rapporto delle Nazioni Unite rileva che quasi il 90% dei 540 miliardi di dollari di sussidi globali dati agli agricoltori ogni anno sono dannosi. La risposta alle difficoltà legate al clima sono corrette? Di certo, diventa sempre più importante ciò che c’è nel tuo piatto.

Occorre ripensare agli aiuti di sostegno agricolo per renderli adatti alla trasformazione dei nostri sistemi agroalimentari, contribuendo al raggiungimento di 4 obiettivi: migliore nutrizione, migliore produzione, migliore ambiente e uno stile di vita più sano.

Secondo le agenzie delle Nazioni Unite gli aiuti all’agricoltura danneggiano la salute delle persone, alimentano la crisi climatica, distruggono la natura e provocano disuguaglianza escludendo dai sostegni i piccoli agricoltori, molti dei quali donne. A godere dei bonus sono state soprattutto le grandi imprese, responsabili di emissioni di gas serra, soprattuto quelle impegnate nell’allevamento dei bovini per la produzione di carne e latte. L’analisi prosegue auspicando che il sostegno a pioggia all’industria della carne e dei latticini nei paesi ricchi venga drasticamente ridotto, allo stesso modo dei sussidi per pesticidi e fertilizzanti chimici inquinanti nei paesi a basso reddito. Ci si augura che una ricollocazione dei sussidi verso attività meno inquinanti possa rappresentare “un punto di svolta” per contribuire a risolvere la piaga della povertà, combattere la fame nel mondo, migliorare la nutrizione, ridurre il riscaldamento globale rispettando la natura. Una politica green deve poi includere il sostegno a cibi sani, come frutta e verdura, il miglioramento dello stato di salute dell’ambiente e il sostegno ai piccoli agricoltori.

Crisi dell’agricoltura: un campanello d’allarme per il Pianeta

L’UE pagherà 387 miliardi di euro in sussidi agricoli dal 2021 al 2027, ma secondo la denuncia dei Verdi europei senza mettere in campo una politica capace di raggiungere gli obiettivi UE in materia di cambiamenti climatici.

Numerosi studi negli ultimi anni hanno concluso che il sistema alimentare globale non funziona. Nel 2020 oltre 800 milioni di persone hanno sofferto di fame cronica, 3 miliardi non hanno potuto permettersi una dieta sana, di contro 2 miliardi di persone sono obese o in sovrappeso e un terzo del cibo viene sprecato. Il danno di tutto ciò è stato stimato in 12 trilioni di dollari all’anno, più del valore del cibo prodotto, promuovendo tra l’altro un sistema in cui la grande industria soffoca le piccole aziende.

Perchè rivoluzionare il sistema agricolo

Oggi l’agricoltura contribuisce a un quarto delle emissioni di gas serra, al 70% della perdita di biodiversità e all’80% della deforestazione. Per ovviare a ciò diverse nazioni stanno investendo in sistemi ecocompatibili, ma nello stesso tempo paradossalmente continuano a finanziare un sistema agricolo da riformare, se non rivoluzionare. Infatti i finanziamenti incentivano il consumo della carne nei paesi ricchi e la distribuzione di cibi “poveri” nel Terzo Mondo, dove è impossibile suggerire una dieta sana. 

Perché bisogna combattere in nome della biodiversità

Un’agricoltura malata si traduce in un grande rischio: la distruzione della biodiversità. Un esempio per tutti? Il grano. Molte varietà di grano, fino a ieri utilizzate per le diete di tante persone, rischiano l’estinzione. Un pericolo che stentiamo a percepire: come possiamo avvertirlo, quando gli scaffali dei negozi e dei supermercati sono pieni di prodotti fatti con il grano? La risposta è semplice: non esiste il grano, ma diverse tipologie che con la loro esistenza contribuiscono a combattere  i cambiamenti climatici.

La concentrazione della produzione nelle mani di pochi

La maggior parte dei prodotti alimentari nasce dalla lavorazione dei semi, ma la loro produzioni è nelle mani di solo quattro aziende. La metà di tutti i formaggi del mondo sono prodotti con batteri o enzimi prodotti da un’unica azienda; dagli Stati Uniti alla Cina, la maggior parte della produzione globale di carne suina si basa sulla genetica di una singola razza di maiale; e, nonostante ci siano più di 1.500 diverse varietà di banane, il commercio globale è dominato dalla Cavendish. Sorge spontanea una domanda: qual è l’effetto di questa concentrazione della produzione alimentare sulle nostre diete?

L’importanza dell’informazione e della cultura

I nostri progenitori erano cacciatori-raccoglitori, abituati a cibarsi di ciò che gli offriva il loro territorio, spesso scegliendo ciò che più gli piaceva. Questa diversità è stata trasmessa nei semi che gli agricoltori hanno salvato, nei sapori della frutta e della verdura che le persone hanno coltivato, nelle razze di animali allevate, nelle ricette, nei formaggi e nelle bevande. Ecco perchè è un dovere conoscere la storia dei prodotti alimentari che hanno contribuito a costruire la nostra identità, così come conoscere le ragioni della loro scomparsa o del pericolo di estinzione che tali prodotti possono conoscere.

Cibo, agricoltura e globalizzazione

La globalizzazione ha reso possibile avere gli stessi comportamenti, ascoltare la stessa musica, vestirsi senza differenze, mangiare gli stessi cibi, prodotti da multinazionali che lo distribuiscono ovunque. In breve, ha omologato il nostro stile di vita: possiamo mangiare lo stesso piatto ovunque ci troviamo. Sicuri che sia un successo a cui brindare? In realtà ha ucciso la diversità senza grandi clamori, facendoci addirittura credere che ci sia più offerta rispetto al passato.

L’aumento dei prezzi, il pericolo di tensioni sociali e guerre

I prezzi del riso, del mais e del grano stanno raggiungendo picchi inimmaginabili. Traduzione? Aspettiamoci guerre e tensioni sociali, come è già avvenuto nel passato. Se entro il 2050 la Terra sarà abitata da 7,5 miliardi di persone, i raccolti globali dovranno aumentare almeno del 70%. Cifre che dimostrano come la difesa della biodiversità non è più una scelta, ma un dovere morale!

Chi ha creduto che avremmo potuto nutrirci con monoculture, ha clamorosamente sbagliato, contribuendo alla morte della biodiversità. Eppure questa scelta era stata motivata da nobili motivi: combattere la fame nel mondo. Dopo la seconda guerra mondiale, furono estirpate diverse colture locali per fare posto alla coltivazione di riso e di grano. Migliaia di varietà tradizionali furono sostituite da un piccolo numero di nuove varietà maggiormente produttive.

La strategia della cosiddetta “rivoluzione verde” è avvenuta grazie al maggiore utilizzo di prodotti agrochimici, maggiore irrigazione e al ricorso di nuove genetiche. Si è però sottovalutato che un sistema alimentare globale che dipende solo da una ristretta selezione di piante è a maggior rischio di soccombere a malattie, parassiti e climi estremi. 

Il rischio di una dieta sempre più povera

Delle 6.000 specie di piante che gli esseri umani hanno mangiato nel tempo, ora ne mangiano solo nove, di cui solo tre – riso, grano e mais – forniscono il 50% di tutte le calorie. Se aggiungiamo patate, orzo, olio di palma, soia e zucchero si raggiunge il 75% di tutte le calorie che alimentano la nostra specie. Una dieta un pò povera!

Si è assistito poi all’imporsi della coltivazione della soia, fino a qualche decennio fa quasi sconosciuta e oggi utilizzata nei mangimi per suini, polli, bovini e pesci d’allevamento. Un ingrediente che contribuisce ovviamente a uniformare la dieta in tutto il mondo.

Stiamo costruendo o mangiandoci il futuro?

E se questa omologazione ci portasse a non sapere più progettare il futuro? Un milione di specie vegetali e animali sono minacciate di estinzione; disboschiamo foreste per piantare immense monocolture e poi bruciamo milioni di barili di petrolio al giorno per produrre fertilizzanti per nutrirli. Abbiamo creato un sistema perverso!

Stiamo costruendo o mangiandoci il futuro? Ricordiamoci che quando un prodotto locale scompare, con lui scompare anche una cultura, uno stile di vita, un ecosistema. Ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a salvare una vite, un formaggio, un salume, una ricetta locale. Come? Semplice, mangiandoli.

Il cibo non è solo nutrimento, è cultura, storia, identità, scienza, creatività, convivialità, genetica, artigianato. Ovvero quella umanità che deve costruire un futuro abitabile!

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