Il cibo nei campi di concentramento: pane e cucchiai

“Il lager è la fame: noi stessi siamo la fame, la fame vivente”, così scriveva Primo Levi. Ecco come il cibo si trasforma in tortura.

Al lager non si sopravvive. Il salvato deve misurarsi ogni giorno con i fantasmi dei sommersi, con chi è stato zitto, con chi ha finto di non vedere preferendo rinchiudersi in casa.

Un cucchiaio può raccogliere il male del mondo? Il pane può trasformarsi nel simbolo dell’orrore, di cui il genere umano si è macchiato? Sì, lo possono essere e diventare. Ce lo narrano i sopravvissuti dei campi di concentramento. Ce lo racconta chi ha usato la scrittura per sopravvivere alle atrocità naziste e ai fantasmi che popolano le loro vite. Autori come Primo Levi (1919-1987) e Boris Pahor (ancora vivo a 108 anni!) hanno conosciuto i campi di lavoro e di sterminio. Hanno vissuto sulla loro pelle la sofferenza, le umiliazioni e il tentativo di disumanizzazione programmato dai nazisti. Le loro opere denunciano il male, ma sanno anche dare speranza. Vi raccontiamo come il cibo nei campi di concentramento fosse un’arma di disumanizzazione.

Se questo è un uomo il grido dell’umanità

Raccontare le mostruosità, le percosse, le mortificazioni, la fame, la morte significa affidare al tempo una testimonianza, lasciare un monito per le giovani generazioni. Come ha scritto Ferdinando Camon: “Levi non gridava, non insultava, non accusava, perché non voleva gridare: voleva molto di più: far gridare. Rinunciava alla propria reazione in cambio della reazione di noi tutti. Ragionava su tempi lunghi“. 

Quando un cucchiaio diventa un’arma per umiliare

Primo Levi, nato a Torino il 31 luglio 1919, riuscì, nonostante le leggi razziali a laurearsi in chimica. Entrato nella Resistenza per combattere il fascismo, nel 1943 fu arrestato e deportato ad Aushwitz. In Se questo è un uomo ricorda come uno degli effetti più preziosi, oggetto costante di scambio al mercato nero, fossero i cucchiai. Un bene raro, posseduto da pochi.

Come racconta Levi: “gli infermieri traggono ingente guadagno dal traffico dei cucchiai. Il Lager non fornisce cucchiaio ai nuovi arrivati, benché la zuppa semiliquida non possa esssere consumata altrimenti. I cucchiai vengono fabbricati in Buna (dove lavoravano i prigionieri), di nascosto e nei ritagli di tempo, dagli Haftlinger (prigionieri) che lavorano come specializzati in Kommandos di fabbri e lattonieri: si tratta di rozzi e massicci arnesi, ricavati da lamiere lavorate a martello, spesso col manico affilato, in modo che servano in pari tempo da coltello per affettare il pane. I fabbricanti stessi li vendono direttamente ai nostri arrivati: un cucchiaio semplice vale mezza razione, un cucchiaio-coltello tre quarti di razione di pane…Ai guariti, all’atto del rilascio e prima della vestizione, il cucchiaio viene sequestrato dagli infermieri, e da loro rimesso in vendita sulla Borsa“.

Quando i campi di concentramento furono evacuati e alcuni magazzini demoliti, furono trovati migliai di cucchiai. Perché non venivano distribuiti nei campi? La ragione è crudele. I deportati erano costretti a bere il poco brodo, distribuito al solo scopo di prolungare l’agonia, come se fossero cani. I nazisti avevano come obiettivo non solo lo sterminio, ma anche la disumanizzazione delle vittime. Una politica che non fu mai abbandonata. Neppure quando era ormai evidente l’imminente sconfitta.

La solidarietà sconfigge le atrocità naziste

L’11 gennaio 1945 Levi viene ricoverato al Ka-Be nel reparto degli infettivi perché malato di scarlattina. Nella sua camera sono con lui tredici persone. Dal barbiere viene a sapere che i russi sono vicini. I malati in grado di camminare potevano partire per una marcia di 20 chilometri., i malati più debilitati sarebbero rimasti nel Ka-Be con personale di assistenza scelto tra i meno gravi. Due dei malati, ebrei ungheresi, nonostante fossero molto sofferenti, decidono di partire. Saranno abbattuti dai nazisti dopo pochi chilometri non essendo in grado di proseguire.

Chi rimase era un’ombra di se stesso, malato di tifo, tubercolosi, difterite o scarlattina. Iniziano per chi è rimasto i “dieci giorni fuori del mondo e del tempo”. A febbraio le SS abbandonano il campo e Levi organizza con due prigionieri francesi una spedizione all’esterno del Ka-Be per recuperare cibo e legna. Riescono a procurarsi una stufa di ghisa e due sacchi di patate. I compagni rimasti nella baracca hanno del pane e uno dei convalescenti propone di consegnare parte della loro razione a chi ha portato dei viveri in segno di gratitudine per il loro sforzo.

Quando fu riparata la finestra sfondata e la stufa cominciò a diffondere calore, parve che in ognuno qualcosa si distendesse, e allora avvenne che Towarowsky propose agli altri malati di offrire ciascuno una fetta doi pane a noi che lavoravamo, e la cosa fu accettata. Soltanto un giorno prima un simile avvenimento non sarebbe stato concepibile. La Legge del Lager diceva: mangia il tuo pane e, se puoi, quello del tuo vicino, e non lasciava posto per la gratitudine. Voleva ben dire che il Lager era morto.”

Un gesto che testimonia cameratismo, compassione e gratitudine. Gli uomini ombra hanno vinto. Sono ancora persone. I nazisti non erano riusciti a disumanizzarli. Poco dopo, il 27 gennaio, il campo viene liberato dai russi e l’umanità vede la definitiva sconfitta di una delle più terribili dittature che l’uomo abbia mai conosciuto.

Come si diventa criminali? Una risposta che lacera l’anima e oscura la ragione

Necropoli è il libro di memorie di Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena. Scritto con un linguaggio crudo che non cede all’autocommiserazione, narra l’esperienza vissuta dall’autore nel campo di concentramento nazista di Natzweiler-Struthof, tra i monti Vosgi. Come scrive Claudio Magris nell’introduzione: “Necropoli riesce a fondere l’assoluto dell’orrore con la complessità della storia”.

Boris torna, circondato da turisti, nel luogo della sua reclusione. Qui è assalito da una marea di ricordi dolorosi. Ricorda la sofferenza per il freddo, la fame, le percosse e le umiliazioni,che pure non sono riuscite a distruggere la voglia di vivere e la necessità di essere solidali.

Il libro non vuole essere solo testimonianza di ciò che sono stati i lager perchè non se ne perda la memoria, ma anche desidera cercare di rispondere alle motivazioni dell’orrore. “…soffro anche un po’ di gelosia: non soltanto perché oggi occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell’abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale”.

La colpa di essere sopravvissuti, un dolore incurabile

Come Levi, affronta poi lo scandalo della “colpa” di essere sopravvissuti. Senza esitare racconta i compromessi per sopravvivere. Dallo scambio di una sigaretta per un pezzo di pane all’uso di un brandello di indumento sottratto dal corpo di un compagno appena morto. Essere vivi significa che qualcuno è morto al posto tuo. In modo disarmante Pahor scrive: “Vorrei dire qualcosa ai miei compagni, ma ho la sensazione che tutto ciò che riuscirei a dire sarebbe insincero. Io sono vivo, perciò anche i miei sentimenti più schietti sono in una certa misura impuri”.

Straziante il ricordo dello scambio di una sigaretta per un tozzo di pane. Se la sigaretta fosse stata donata e non ceduta per il cibo, forse il compagno sarebbe sopravvissuto senza cedere alla fame che ti divora e ti priva della dignità. Quando il corpo perde ogni identità, sei solo un cadavere che si trascina in cerca di una degna sepoltura. Ma questa nel lager non esiste. Alla fine c’è solo una lunga tenaglia che ti afferra per il collo per trascinarti in un mucchio di ossa senza nome e senza storia.

Primo Levi e Boris Pahor non hanno potuto dare ad ogni uomo ucciso dai nazisti un nome e una degna sepoltura ma hanno donato a loro un posto nella memoria e nel cuore dell’umanità.

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