Chiara Ferragni e il pandoro-gate: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ora a gran voce tutti invocano la censura della Ferragni, trovando immorale e disdicevole il suo comportamento. Non è del tutto chiaro se l’invito sia rivolto solo contro la Ferragni o contro l’intero mondo degli influencer, quelli che una volta erano chiamati imbonitori. Ma i tempi sono cambiati velocemente tanto da far conquistare ai “cattura like” un ruolo sociale.
Chiara Ferragni e il pandoro-gate: il turbo capitalismo e la post- modernità

Il filosofo francese Jean-François Lyotard ha definito brillantemente il periodo in cui viviamo “post- moderno“, descrivendo la nostra epoca come segnata dal crollo delle ideologie e delle utopie che avevano permeato la costruzione della nostra società. La crisi del cristianesimo, la sconfitta del comunismo si sono rivelate la morte di grandi narrazioni che avevano coinvolto intere masse di persone che avevano creduto in utopie che davano senso alla loro vita.
Il crollo delle ideologie: chi riempie lo spazio lasciato vuoto?

Chi riesce a conquistare molti follower– anche pagando – costruisce stili di vita, consiglia come risolvere i problemi, come mantenersi in forma, come vestirsi, cosa mangiare, dove andare in vacanza. E allora perché stupirsi, gridare allo scandalo, se il marketing, rispondendo ad una logica di mercato, acquista la loro popolarità?
La rivoluzione del nuovo secolo: da consumatori a consumati

Gli influencer, con la complicità dei brand, hanno un compito: motivare, ispirare e, dunque, dare un senso alla vita. In fondo sono degli ansiolitici che assumiamo per far fronte a vuoti che non sappiamo più riempire. Oggi siamo iper individualisti, abbiamo perso il senso del collettivo, il rispetto e la difesa della “cosa pubblica” è un lontano ricordo. Se prima ci indignavamo per i comportamenti dei politici, ora tendiamo a spostare, come ha fatto la premier Meloni, la nostra riprovazione sugli influencer e le aziende che si servono di loro.
Chi crea oggi la nostra identità?
Alle imprese servono gli influencer, aiutano a creare un’identità, un senso di appartenenza in una società che non ha più miti e passioni politiche. La politica oggi è considerata solo gestione del potere, essendo incapace di costruire progetti, utopie capaci di coinvolgere le masse. La crisi del discorso politico ha creato un vuoto prontamente occupato dalla febbre del consumismo. Un consumismo frenato che ci trasforma da consumatori in consumati.
In tal modo l’opinione pubblica ha perso il suo potere, la sua possibilità d’incidere sul reale, di partecipare alle scelte politiche e alla risoluzione dei conflitti. L’individuo si scopre solo e trova conforto solo nell’acquisto compulsivo che gli permette di costruirsi un’identità che diventa l’unico modo per entrare a far parte di un gruppo.
Le utopie sostituite dalle campagne pubblicitarie con scopi salvifici
Il marketing ha capito da tempo che la morte della politica ha lasciato aperto vaste praterie dove agire mettendo in campo abili campagne pubblicitarie.Tutte le aziende concorrono a un tema salvifico. Persino un rotolo di carta igienica salverà il mondo!
Un esempio? La sostenibilità. Quante aziende pubblicizzano l’adozione di sistemi per far fronte all’inquinamento, quando sono loro stesse le prime ad inquinare promuovendo stili di vita iper consumisti? Le catene di moda che promuovono il fast fashion e che poi invitano a riciclare gli abiti sono veramente sostenibili o fanno solo greenwahing ammantato da belle parole? E l‘ abuso della plastica nel mondo del food?
Lo strapotere dello storytelling: il caso Ferragni-pandoro-gate

Se nel passato le grandi narrazioni erano così potenti da poter aspirare a cambiare il mondo, oggi non lo sono più. Semplicemente, non esistono più. E il mondo del marketing lo sa bene, tanto che si è impadronito di un importante vuoto, imponendo lo storytelling, ovvero la capacità di raccontare piccoli racconti capaci di creare emozioni.
Un modo furbo per creare bisogni, intenzioni d’acquisto. Lo storytelling si sposa bene con la spettacolarizzazione, l’esposizione sui social, la costruzione di mondi effimri destinati a crollare. Le provocazioni del nuovo secolo sono fini a se stesse, incidono raramente sul mondo reale. Perchè? Mancano grandi idee. Tutto è solo un grande talk show sempre più stanco, con intenti moralistici costruiti per nascondere i nostri vuoti sempre più profondi.
Il virtuale e il reale: complici della nostra vita
ll successo e l’individualismo di oggi non ci stanno portando da nessuna parte. Pretendiamo di essere solo quello che non siamo e che non saremo mai
Dobbiamo prendere atto di una triste verità che va al di là del caso Chiara Ferragni e pandoro-gate: non viviamo più nel mondo migliore dei mondi possibili. La democrazia sta mostrando tragicamente tutte le sue crepe: una guerra in Ucraina che stagna ma che provoca migliaia di morti, 24.00 vittime civili in Palestina per rispondere ad un attacco feroce di Hamas identificato con migliaia di donne e bambini, un continente – l’Africa – dilaniato da guerre di cui il mondo ricco è corresponsabile, la disaffezione al voto dei cittadini europei e americani, l’ascesa di personaggi che scambiano la politica per un ring mediatico, la solitudine che porta alla depressione.
E mi fermo qui. Il problema non è Chiara Ferragni e il pandoro-gate, ma la nostra capacità di riprenderci in mano la nostra vita che passa attraverso la costruzione di progetti da condividere e vivere in un mondo che ci ricorda che ciò che è virtuale (una volta si diceva utopico) ha una ricaduta sul reale.
Credit Photo: Ansa
