8 marzo: la maternità negata. Un dolore segreto

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Dire addio a un figlio che si perde in gravidanza è una ferita che non si cicatrizza mai. Trovare le parole per tradurre un dolore così profondo è quasi impossibile.

Un dolore di cui poco si parla, quasi fosse un tabù. Un dolore che viene liquidato con poche parole di circostanza. Al dispiacere si aggiunge un grande senso di solitudine, la consapevolezza di non essere comprese.

Gravidanza significa progetti, aspettative, sogni. Perdere un figlio in gravidanza è un lutto: dallo shock iniziale si passa alla consapevolezza di dover convivere con un dolore inestinguibile, che rischia di divorarti. Accettare di vivere una sofferenza, spesso negata dalla società, è una prova ardua, un tuffo nelle parti più recondite dell’anima.

8 marzo: la maternità negata. Un dolore segreto

Assunta Nespoli, fotografa per caso- come si autodefinisce- ha provato a raccontarci questo dramma attraverso degli scatti fotografici. Nel 2016, in un fondaco del centro storico di Atri, in occasione della manifestazione “Ferragosto a Capo D’Atri fondaci aperti” organizzata dalla Proloco, si è tenuta la mostra “Fotografie nella stanza dell’anima”. Un viaggio che ha inizio con la frase più bella che una donna può sentirsi dire: “Quel puntino è la vita”, ma che si conclude con una sentenza senza appello: “mi spiace non c’è battito”.

 8 marzo: la maternità negata. Un dolore segreto

Una mostra “dedicata alle madri mancate, ugualmente felici e destinate ad altri affetti, dedicato a donne che hanno fatto in modo che questa vita fosse comunque apprezzata, comunque bella. Ho disegnato – spiega Assunta – con la luce e le ombre questo momento buio, con un solo scatto”.

Io ho visto alcune foto, ho provato una grande commozione, ho ritrovato la forza e la fragilità di molte donne, ma soprattutto la grande capacità di raccontare il proprio mondo interiore per vincere il dolore e, attraverso un sentimento di sorellanza, aiutare altre compagne di sventura a risollevarsi, a non temere il giudizio degli altri, a sentirsi forti insieme. Ho ritrovato in quelle foto quel magone che spesso non trova le parole per esprimersi, ma anche quella caparbietà a non volersi arrendere alla sofferenza, a vincerla affrontandola con coraggio.

Assunta usa la macchina fotografica per raccontare la maternità, anche quella che è abortita, con uno sguardo dolce, accogliente, affettuoso. Ciò che mi ha toccato è il tentativo di affrontare la disperazione non solo per proteggersi, ma anche per proteggere gli altri. Si rappresentano le donne, quelle vere. Non si perde mai l’autenticità, non c’è strumentalizzazione, non c’è mai perdita di senso.

8 marzo: la maternità negata. Un dolore segreto

Nei tempi in cui si cerca lo scatto che possa diventare virale, senza badare al suo significato, si ritrova il senso della fotografia: raccontare persone, situazioni, avvenimenti, scavando, documentando, sezionando, costringendoci a guardare oltre l’immagine. Assunta aggiunge a tutto ciò il lato femminile. Il grande merito? Avere dato voce a quelle donne che faticano a trovare un senso a un dolore che stenta a trovare una ragione che acquieti il senso di perdita.

[Credits Photo: Assunta Nespoli]

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