In Gran Bretagna è scoppiata la polemica sui menu che riportano le calorie. Sembra che il menu con le calorie non sia l’arma giusta per sconfiggere l’obesità.
Tutti siamo ossessionati dalle calorie. Mangiamo con gusto, ma non riusciamo ad esimerci da chiederci quante calorie abbiamo ingerito. In Gran Bretagna dal 6 aprile ristoranti e takeaway devono indicare per ogni piatto il numero di calorie. Non solo nei menu cartacei, ma anche nelle proposte online, se le aziende hanno più di 250 dipendenti.
La misura ricalca ciò che è stato adottato dal 2018 in USA. La decisione è stata presa per contrastare l’obesità, una patologia ormai diffusa in tutto il mondo. Se ad oggi ne soffrono 899 milioni di persone, si stima che nei prossimi anni gli obesi aumenteranno sensibilmente. Secondo l’Ufficio regionale europeo dell’OMS pesano troppo il 59% degli adulti europei e quasi 1 bambino su 3 (29% dei maschi e 27% delle femmine).
La Gran Bretagna di fronte a dati allarmanti relativi all’obesità è corsa ai ripari con una legge che impone di segnalare per ogni piatto le calorie. In effetti Il 68% degli uomini e il 60% delle donne inglesi, così come il 40% dei bambini di età compresa tra i 10 e gli 11 anni pesa troppo o è obesa. E i responsabili dell’aumento del peso sarebbero soprattutto i pasti consumati fuori casa. Anche in Italia, dove non vige alcun obbligo, ci sono dei ristoranti che hanno cominciato ad indicare il numero delle calorie.
Il menu con le calorie serve davvero?
Mangiare è molto più di una questione di calorie: è anche piacere, cultura e connessione emotiva

Il menu con le calorie aiuta davvero a non esagerare a tavola? E se servisse solo ad aumentare i sensi di colpa? Risulta utile veramente a chi vive l’obesità? Non è forse meglio incentivare l’educazione alimentare? Secondo una ricerca della York St John University e della Open University il 91% dei 400 pazienti con disturbi alimentari non solo non ha migliorato i problemi di peso, anzi li ha peggiorati.
Alcuni si dicono a tal punto angosciati da non pranzare o cenare più fuori casa. Forse la cosa migliore sarebbe introdurre a scuola un’ora di educazione alimentare che aiuti a leggere le etichette e a capire quali alimenti scegliere per la propria dieta. Solo in questo modo si può sconfiggere lo junk food. E ovviamente occorre fare pressione sulle industrie alimentari perché modifichino i loro prodotti in termini salutistici.
I numeri spaventano, non lasciano scampo, non consentono mediazioni. Per una malattia come l’anoressia è poi completamente inutile. Chi soffre di questo disturbo, conosce benissimo l’apporto calorico di ogni piatto e ciò non induce a fare fronte al disturbo. Il problema non sono il numero delle calorie, ma il rapporto con il cibo, che spesso nasconde problemi assai profondi legati all’identità e alla capacità d’instaurare relazioni.
E se la body positivity fosse un boomerang?
Come combattere quello che Oprah Winfrey ha definito food noise, l’ossessivo rumore di fondo del pensiero del cibo che tormenta la mente?
Il termine “caloria” indica l’unità di misura della quantità di calore: è la quantità di calore necessaria ad innalzare di 1 grado centigrado 1 grammo di acqua. Determinano il fabbisogno energetico necessario per favorire le attività metaboliche basali e per poter svolgere l’attività fisica quotidiana
Dagli anni 90 si è cominciato a combattere giustamente quel canone di bellezza che esaltava l’essere magri, ma forse oggi stiamo vivendo il problema opposto. La body positivity, cavalcata da molte aziende, può indurre a legittimare l’obesità, che spesso nasconde problemi psicologici. Il problema si può risolvere promuovendo l’educazione alimentare.
Contare ossessivamente le calorie non incide sul nostro dimagrimento che spesso è dovuto ad una somma di cause (dal metabolismo a fattori biochimici) e può favorire l’insorgere di stati di depressione lieve o acuta.Un’arma potrebbe essere introdurre nelle scuole l’educazione alimentare.
Qual è il legame tra emozioni e cibo


