Biscotti che sembrano sospesi su un vassoio blu intenso, sovrastati da una sottile barretta cilindrica di zucchero. Un quadro nel quadro. Il vassoio è parte di una piazza nella quale si sovrappongono squadre, un portico, un archetto che sembra un giocattolo. Veri scorci dechirichiani. Una nota dolce in un dipinto inquieto e indecifrabile. Il tema? Il goloso Giorgio De Chirico e i biscotti di Ferrara
Nel cuore della Ferrara più misteriosa e silenziosa, tra le ombre lunghe dei portici e le piazze immobili del centro storico, Giorgio De Chirico — padre della pittura metafisica — scopre una dolcezza inattesa: i biscotti di Ferrara. Veri e propri elementi pittorici, questi dolci tipici, dalle forme strane e simboliche, diventano protagonisti inconsapevoli di alcune delle sue opere più enigmatiche.
In un celebre dipinto del 1916, intitolato Il pomeriggio soave (Le Doux Après-midi), si nota un vassoio blu intenso su cui si stagliano dei biscotti dalla forma inusuale, sovrastati da una sottile barretta cilindrica di zucchero. Un’immagine sospesa, surreale, come tutto il resto della composizione. La piazza in cui si inserisce la scena è un vero scenario dechirichiano: squadre geometriche, portici, archi giocattolo, e prospettive spiazzanti. I dolci diventano così simboli metafisici, testimoni silenziosi di un mondo immobile e carico di mistero.
Il ribaltamento prospettico è portato alle estreme conseguenze: il dipinto non ha più nessun rapporto con gli aspetti naturalistici, tutto diviene metafora di solitudine ed eterno simbolo dell’enigma.”Un biscotto, l’angolo formato da due pareti, un disegno evocante un che della natura del mondo scimunito e insensato che ci accompagna in questa vita tenebrosa”.
Ferrara, città di ispirazione per l’arte metafisica
Giorgio De Chirico arrivò a Ferrara nel 1915, insieme al fratello Alberto Savinio e alla madre, lasciandosi alle spalle la vitalità di Firenze. Ma fu Parigi, con i suoi poeti come Apollinaire, a mancargli davvero. Ferrara gli apparve inizialmente sonnolenta, chiusa, quasi immobile. Eppure, fu proprio questa apparente quiete a trasformarsi in stimolo creativo.
La città estense, con le sue architetture rinascimentali, le vie strette, le botteghe d’altri tempi, divenne una fonte inesauribile di suggestioni. In particolare, De Chirico rimase colpito dal ghetto ebraico di Ferrara, dove trovò vetrine ricolme di dolci e biscotti dalle forme metafisiche, capaci di suscitare un senso di estraneità e mistero.
Come scrive nelle sue Memorie:
«[…] mi ispirarono nel lato metafisico nel quale lavoravo allora, certi aspetti di interni ferraresi, certe vetrine, certe botteghe, certe abitazioni, certi quartieri, come l’antico ghetto ove si trovavano dei dolci e dei biscotti dalle forme oltremodo metafisiche e strane».
Biscotti ferraresi: forme, simboli e spaesamenti
I biscotti tipici di Ferrara, che oggi si possono trovare nelle storiche pasticcerie locali, diventano nella visione di De Chirico qualcosa di più di semplici dolciumi. Non più oggetti commestibili, ma simboli visivi, elementi carichi di significato nascosto. Visti da vicino, mostrano una superficie rugosa, segnata dai rebbi di forchette, quasi a testimoniare un gesto artigianale, ripetuto nel tempo.
L’artista non rappresenta i dolci per il loro valore gastronomico, ma per la loro potenza evocativa. Il loro inserimento in contesti privi di logica apparente genera uno spaesamento visivo: quello che dovrebbe essere familiare — come un biscotto — si trasforma in qualcosa di estraneo, simbolico, sospeso in un tempo che non esiste.
Anche Alberto Savinio, fratello e scrittore, ricorda con meraviglia quei dolci esposti:
«Nelle vetrine dei pasticceri s’ergono in immense piramidi i dolci neri bizzarrissimi che mai nessun vivente mangiò né mangerà. Tagliati essi presentano la complicata anatomia mineralogica delle loro interiora […]».
Biscotti ferraresi: forme, simboli e spaesamenti
I biscotti tipici di Ferrara, che oggi si possono trovare nelle storiche pasticcerie locali, diventano nella visione di De Chirico qualcosa di più di semplici dolciumi. Non più oggetti commestibili, ma simboli visivi, elementi carichi di significato nascosto. Visti da vicino, mostrano una superficie rugosa, segnata dai rebbi di forchette, quasi a testimoniare un gesto artigianale, ripetuto nel tempo.
L’artista non rappresenta i dolci per il loro valore gastronomico, ma per la loro potenza evocativa. Il loro inserimento in contesti privi di logica apparente genera uno spaesamento visivo: quello che dovrebbe essere familiare — come un biscotto — si trasforma in qualcosa di estraneo, simbolico, sospeso in un tempo che non esiste.
Il goloso Giorgio De Chirico e i biscotti di Ferrara

Il goloso De Chirico si innamorò, in particolare delle sue botteghe artigiane, prediligendo le pasticcerie del ghetto ebraico. I dolci ammirati nelle vetrine entreranno in diversi quadri, spesso scollegati dalla composizione, dal contesto circostante, creando un forte senso di spaesamento. Quello spaesamento che deriva dalla minuziosa rappresentazione degli oggetti che, invece, di tradursi in una forma di realismo, sottolinea l’enigmaticità del rapporto soggetto-oggetto. Ogni nesso logico viene destrutturato, il pittore vuole fare vedere ciò che non si vede, abbattere le coordinate temporali e spaziali. Non è importante l’oggetto, ma tutti quei significati che nasconde.
Cosi i biscotti sono rappresentati evidenziando la loro consistenza, mettendo in mostra la loro rugosità. I solchi ricavati dall’incisione dei rebbi delle forchette emergono creando un gioco di luci e ombre. Lo ricorda il fratello di Giorgio, lo scrittore Andrea, conosciuto con il nome di Alberto Savinio, nel suo Hermafrodito: «Nelle vetrine dei pasticceri s’ergono in immense piramidi i dolci neri bizzarrissimi che mai nessun vivente mangiò ne mangerà. Tagliati essi presentano la complicata anatomia mineralogica delle loro interiora […]»
