I cambiamenti climatici minacciano la produzione dell’olio

Causa temperature gelide o giornate eccessivamente calde ed infestazioni di parassiti, agricoltori e produttori si interrogano sul futuro dell’olio. Noi abbiamo intervistato il consulente nel settore oleario Claudio Vignoli.

La storia dell’olivo in Italia è antichissima, risale a oltre 4.000 anni fa. Ora questa antica tradizione rischia di essere cancellata. Gli uliveti, infatti, sono minacciati da un mix di fattori catastrofici: cambiamenti climatici, parassiti e lo sradicamento di migliaia di ulivi per far posto alla costruzione del gasdotto trans-adriatico in Puglia, la principale regione olivicola d’Italia. 

Uno sguardo sulla produzione mondiale dell’olio

Secondo il Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, in uno specifico studio effettuato nel 2020, si evince che nelle regioni in cui viene prodotto la maggior parte dell’olio d’oliva mondiale i cambiamenti climatici incideranno drammaticamente sulla produzione. E, come sottolinea la rivista americana Eater, in Italia tutto ciò è ormai evidente da qualche anno. Il clima mediterraneo, ovvero “il clima dell’olivo”, dove gli inverni sono freddi – ma non gelati – e le estati sono lunghe e calde, sarà un antico ricordo. Questo processo di trasformazione climatica nel nostro paese è evidente e sta già influendo nell’intero ambito agricolo. La situazione però è destinata a peggiorare, quando in futuro assisteremo ad una riduzione dell’acqua disponibile e ad una maggiore desertificazione. L’Italia produce circa il 17% dell’olio d’oliva mondiale. Quasi tre quarti dell’olio d’oliva italiano viene prodotto in Calabria e Puglia. Ma sarà così anche fra qualche anno? Vedremo crescere le prime piante di ulivo in Svezia, Danimarca e Finlandia? Un cambiamento che necessiterà di tempo, dal momento che il ciclo di vita di un uliveto è pluridecennale, ma che forse non è più così impossibile come si poteva credere qualche anno fa. 

I cambiamenti climatici fanno più danni della Xylella

I repentini cambiamenti climatici portano molta incertezza sul futuro della coltivazione degli olivi. Se in Grecia un’estate torrida nel 2020 è stata la principale causa di un misero raccolto di olive, nel gennaio di quest’anno in Spagna, nel territorio madrileno e nelle regioni circostanti, un clima rigido come non si era mai visto, ha provocato danni irreparabili alle colture di olive. In Italia, Grecia, Spagna e Francia, come in Palestina, in Israele, in Turchia, la produzione di olio negli ultimi 4 anni è in continuo ed inarrestabile calo. Sono numeri che terrorizzano soprattutto i coltivatori: un gelo improvviso o un caldo torrido può cancellare il lavoro di un intero anno. Per poter continuare a produrre l’olio rispettando l’artigianalità, si è così costretti a utilizzare quelle tecnologie che aiutano a tradurre i dati climatici e le previsioni in suggerimenti per gestire la potatura, per decidere quali accorgimenti introdurre per affrontare il flagello dei parassiti o per la semina di colture di copertura tra gli olivi e per decidere il miglior periodo per la raccolta delle olive.

Il paradosso dell’olivo

famelici olio

Gli ulivi sono alberi che possono aiutarci a risolvere molti problemi climatici. Oltre che essere piante resistenti alla siccità, se vengono piantati in file ordinate, vicini l’uno all’altro, necessitano di minore quantità di acqua e manodopera per la raccolta delle olive. Ma, se gli alberi possono resistere a condizioni meteorologiche mutate, non è la stessa cosa per le olive, assai più fragili.

Non solo cambiamenti climatici, ma anche parassiti

Un altro flagello legato al cambiamento climatico è il proliferare dei parassiti. In Italia, nel 2014, l’anno nero per l’olivicoltura, gli ulivi sono stati devastati da un famelico insetto: la Bactrocera oleae, o mosca dell’olivo, la cui prima attività di ovideposizione avviene sulle piccole olive a partire da giugno e fino a luglio. L’uovo si schiude dopo pochi giorni e la larva inizia a nutrirsi della polpa dei frutti. A piena maturità si impupa nell’oliva stessa, o facendosi cadere a terra. Inutile dire che è un insetto che può rovinare l’intero raccolto.

Il futuro dell’olio d’oliva

Le previsioni catastrofiche spaventano soprattutto i piccoli produttori, che conosceranno una drastica riduzione di produzione. Affrontare le conseguenze del cambiamento climatico non è facile soprattutto per le piccole aziende, spesso a conduzione familiare. Mancano le capacità economiche e spesso la conoscenza tecnologica. Al contrario, le grandi aziende si sono già attivate a modernizzare la produzione per evitare il pericolo di essere in balia di tempeste, forti piogge, siccità o carenza d’acqua. La grande industria è diventata consapevole che non ci si può più affidare esclusivamente alla produzione locale, spesso incapace di assicurare il raccolto. Così in Usa le grandi aziende per essere sicuri di poter produrre olio si rivolgono ad altri paesi quali Argentina e Cile, che assicurano una qualità costantemente elevata. Certo non sono mancate polemiche. In particolare ci si è interrogati se le bottiglie di olio “Global blend” sugli scaffali dei supermercati possano ingannare il consumatore, facendogli credere che la provenienza sia locale. In realtà, negli ultimi anni la dicitura delle etichette è più trasparente, dichiarando, sia pure con caratteri piccoli, i paesi di provenienza.

L’intervista a  Claudio Vignoli

Abbiamo posto qualche domanda a Claudio Vignoli, CEO di Claudio Vignoli Group, società di consulenza commerciale e tecnica nel settore dell’industria olearia, attiva in 25 Paesi. Sommelier e mastro oleario, è anche socio O.L.E.A. ed è spesso chiamato in giuria per concorsi internazionali legati alla produzione di olio extravergine di oliva (a Maggio sarà, unico italiano, nella giuria del Canadian Olive Oil Competition 2021).

Claudio Vignoli cambiamenti -climatici-produzione-olio

Come il cambiamento climatico influisce sulla coltivazione dell’olivo?

Nell’ultima campagna olivicola, cioè quella 2020-2021, l’Italia è scesa al terzo posto nella classifica mondiale dei Paesi produttori di olive e, quindi, di olio extra vergine. La Spagna rimane ancora saldamente al primo posto nonostante quest’anno abbia subito una drastica riduzione della produzione dovuta principalmente ad un iniziale periodo di prolungata siccità, seguito poi da continue giornate di pioggia proprio durante il periodo della raccolta.
La Grecia ha superato l’Italia con una produzione complessiva intorno alle 265mila tonnellate di olio mentre l’Italia si dovrebbe fermare a circa 250mila tonnellate produzione di circa 250mila tonnellate di olio extravergine d’oliva, a causa del netto calo produttivo registrato nelle regioni olivicole più importanti del Paese, quali la Puglia, la Calabria e la Sicilia. Se pensiamo che fino a qualche anno fa l’Italia vantava una produzione media annuale di olio d’oliva che si aggirava tra 450 e 600mila tonnellate, ci rendiamo conto di come la situazione stia diventando sempre più allarmante. La Spagna, nelle annate di maggior produzione raggiunge punte produttive di 1,6milioni di tonnellate, questo fa capire il divario che si è creato tra il nostro Paese e il principale attore mondiale. Paesi come Grecia e Portogallo hanno anch’esse incrementato di molto rispetto al passato le rispettive capacità produttive di olio d’oliva mentre, per l’Italia, la capacità produttiva negli ultimi decenni è rimasta praticamente ferma, se non addirittura in contrazione rispetto al passato. L’unica nota positiva riguarda i consumi di olio extravergine d’oliva che in un anno difficile a causa della pandemia, nel nostro Paese sono cresciuti di quasi il 6%. Altro dato positivo è la bilancia commerciale che ha visto aumentare del 3,3% le esportazioni di olio extra vergine di oliva e una riduzione dell’import del 9,2%.

Il cambiamento climatico è la prima causa del calo nella produzione di olio d’oliva a livello mondiale negli ultimi 25 anni.

Claudio Vignoli cambiamenti -climatici-produzione-olio

Per quanto riguarda l’Italia la flessione non è semplicemente da ascriversi al virus xylella, ma coinvolge fattori ben più estesi e difficili da gestire. Alcuni giorni di temperature a 40° C in estate, altri giorni senza pioggia in primavera o persino un paio di giorni di freddo polare sono catastrofici per i coltivatori di olive. È oramai accertato che questi picchi nelle temperature sono i maggiori responsabili della scarsa produzione di olive”.
Le temperature medie nell’area di produzionedel Mediterraneo sono aumentate di circa 1,4° C. Allo stesso tempo le precipitazioni sono diminuite del 2,5%.  Negli ultimi anni assistiamo sempre con più frequenza a ondate di freddo anomale durante la primavera, estati molto calde e autunni più piovosi: le estreme condizioni climatiche indeboliscono piante forti come gli ulivi rendendoli più esposti al virus xylella fastidiosa e alle malattie in generale.
Oltreoceano le cose non vanno poi tanto meglio, come in Argentina, ad esempio, dove il cosiddetto “viento Zonda” spesso crea seri problemi. Il vento Zonda è costituito da masse di aria calda e basso contenuto di umidità e proviene dalla cordigliera delle Ande. I danni che provoca sono dovuti alla secchezza dell’atmosfera che genera un brusco aumento della temperatura. Questa caratteristica, unita alla durata che può arrivare a 3 e più giorni, lo convertono in una temibile avversità meteorologica aggravata dal fatto che si presenta maggiormente nei mesi in cui l’olivo è in piena fioritura (da agosto a novembre) causando una netta riduzione della quantità di fiori fecondati e provocando quindi ingenti danni alla produzione.

In Cile invece sono le cosiddette gelate tardive a causare i maggiori problemi alla produzione di olive, mentre la California soffre oramai da diversi anni di lunghi periodi di siccità i quali poi sfociano in incendi di grandi dimensioni con distruzione quasi totale dei raccolti.
Per quanto riguarda le gelate, l’effetto che queste hanno sull’olivo varia in base all’epoca in cui si manifestano e all’intensità delle stesse. Inoltre, anche la cultivar (cioè la varietà di oliva) ha una sua influenza. Esistono cultivar di olivo che sono più resistenti alle gelate che altre. In termini generali, nelle aree dove si producono olive in forma tradizionale, ci sono cultivar che si sono adattate molto alle condizioni climatiche locali.

L’olivo è abbastanza resistente al freddo, gelate molto forti possono però arrivare a produrre la morte delle gemme o addirittura della stessa pianta.

Di fondamentale importanza per gli effetti che le gelate possono avere sulla produzione è il periodo dell’anno in cui esse avvengono. Durante l’inverno l’olivo si trova in quella che viene definita epoca di riposo vegetativo. Questo è il momento in cui l’olivo sopporta meglio le basse temperature. Le gemme sono la parte più delicata in quanto sono quelle che forniscono nuovi rami, foglie e olive nella stagione successiva. Negli ultimi anni però si è assistito, con sempre maggiore frequenza, a gelate fuori stagione, in autunno e in primavera, quando l’olivo è già pronto per la raccolta o quando è in fase di fioritura, ed è proprio in questi casi che si producono gli effetti più nefasti.

Come può l’agricoltore fare fronte ai cambiamenti climatici per salvaguardare il suo raccolto? Si potrà tornare a prevedere la stagione del raccolto?

Di certo è molto improbabile che i cambiamenti climatici arrestino la loro inesorabile corsa e quindi tornare a prevedere la stagione del raccolto è, a mio modesto parere, impossibile. Un aiuto agli agricoltori può venire però dall’Agricoltura 4.0 la quale offre tecnologie in grado di prevenire fino a 7 giorni in anticipo il rischio di attacco alle piante di alcune malattie comuni come la mosca, l’occhio di pavone, la tignola e la lebbra. Si tratta di stazioni meteorologiche le quali oltre a fornire accurate previsioni meteo permettono, tramite algoritmi particolari ed una consulenza agronomica ad hoc, di conoscere in anticipo il rischio di formazione delle suddette malattie e quindi consentono agli agricoltori di effettuare trattamenti fitosanitari specifici per quella/e malattia/e. Questa combinazione tra previsioni meteo, consulenza agronomica in tempo reale H24 e algoritmi in grado di prevedere la formazione di alcune malattie permettono all’agricoltore di gestire con un elevato grado di precisione la produzione dell’oliveto.

I piccoli coltivatori sono maggiormente danneggiati dai cambiamenti climatici rispetto alle grandi aziende? Si perderà la produzione dell’olio locale?

Sicuramente i piccoli coltivatori soffrono maggiormente rispetto alle grandi aziende e questo per una serie di fattori:

  • Per primo, seppur banale, ma le minori risorse finanziarie compromettono ai piccoli l’implementazione di nuove tecnologie in grado di aiutarli nella gestione della produzione e a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici
  • L’olivicoltura italiana soffre in quanto riesce a contrastare con grande difficoltà i competitor stranieri, in primis per il tipo di olivicoltura poichè la nostra è di tipo tradizionale e quindi ha elevati costi di raccolta, mentre all’estero prevale una olivicoltura costituita da grandi superfici e quindi con minori costi di raccolta
  • Mancanza di un “Sistema Paese” che aiuti tutto il comparto olivicolo, soprattutto i piccoli produttori, in una attività di promozione della qualità e del “Made in Italy” all’estero.

Perché l’olivo è una pianta capace di resistere ai cambiamenti climatici, mentre l’oliva li soffre moltissimo?

L’olivo è una specie molto resistente a temperature anche sopra i 30°C ma bisogna fare delle distinzioni. Per quanto riguarda gli olivi adulti, temperature sopra i 40° C non mettono in pericolo la sopravvivenza della pianta ed infatti troviamo l’olivo anche in zone desertiche. Discorso diverso è invece la produttività la quale risente delle alte temperature soprattutto se la disponibilità idrica nel suolo è scarsa. Alberi giovani, 3-4 anni invece, arrestano la crescita con le alte temperature le quali, se prolungate per molte settimane, possono portare alla morte degli alberi. La resistenza alle alte temperature varia a seconda degli organi. Le foglie presentano degli adattamenti morfologici molto efficaci per dissipare il calore.

I rami di solito hanno una maggiore tolleranza alle alte temperature rispetto alle foglie ma, traspirando poco, sono soggetti a scottature nei climi caldi con elevata radiazione luminosa. Temperature oltre i 30 °C sono deleterie per l’allegagione soprattutto se si verificano in concomitanza con venti forti e carenza idrica. Sul frutto prossimo alla maturazione le alte temperature agiscono modificando la composizione del frutto stesso, che si ripercuote su quella dell’olio a scapito della qualità.

Come cambierà la cartina dei paesi produttori di olio d’oliva?

In parte è già cambiata e questo non è dovuto solo a cambiamenti climatici. Dagli anni 90 sono state piantate grandissime superfici di olivo in Sud America, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa e California, cioè tutti paesi dove la vite e la produzione di vino hanno dato ottimi risultati. La differenza principale rispetto all’olivicoltura italiana è il tipo di approccio e la mentalità con cui si sono piantati questi olivi. Sono stati scelti sistemi di olivicoltura non tradizionali, densità di piante che arrivano anche a 2000 per ettaro, impianti di trasformazione ultra moderni e di grandi capacità produttive, trattamento dei reflui e produzione di biomasse. Risultato? Produzione di oli di qualità a costi molto inferiori a quelli di casa nostra.

Claudio Vignoli cambiamenti -climatici-produzione-olio

Cambierà la qualità dell’olio d’oliva?

A causa dei cambiamenti climatici la qualità è in parte già cambiata, ma soprattutto i danni maggiori si hanno alla produzione in termini di quantità di olive prodotte e alle rese in olio delle olive stesse le quali sono in calo.

In conseguenza dei forti temporali che si sono prodotti l’autunno scorso e nel periodo dicembre 2020/gennaio 2021, in Spagna gli olivi hanno subito dei danni irreversibili per la campagna in corso e per le prossime due campagne. Le forti piogge e i temporali hanno causato gelate e i frutti sono caduti dalle piante, il che si traduce anche in un abbassamento della qualità in quanto oli prodotti con olive raccolte dal suolo non sono classificati come extra vergine bensì come vergine o addirittura lampante. In ultimo la resa in olio è diminuita dell’1,5 – 2% rispetto alla campagna precedente.

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