Cultura, cibo, territori. Roma: centro di bellezza e di cucina popolare

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Cultura, cibo e territori: gli intrecci che esprimono un’identità

Viaggiare tra le strade di Roma tra musei che contengono le meraviglie del mondo, davanti a una delle mille fontane o estatici di fronte ad una delle tantissime statue è una vera e propria arte-terapia che ha effetti profondi che ci fanno entrare in una dimensione “altra”, nella dimensione della bellezza.

Uno dei grandi estimatori della bellezza è stato Fiodor Dostoevskij. La bellezza era così centrale nella sua vita, che il grande romanziere russo andava almeno una volta all’anno a vedere la bellissima Madonna Sistina di Raffaello (non a caso un’artista rinascimentale italiano visto che parliamo di bellezza). Rimaneva a lungo in contemplazione davanti a quella splendida figura. E dunque la famosa frase: “La bellezza salverà il mondo” all’interno del suo capolavoro L’idiota”.

Cultura, cibo, territori. Roma

Il rapporto tra cultura, cibo e territori ancora al centro del nostro interesse: ma se consideriamo la cucina romana, ci si pone dinnanzi ad un approccio totalmente lontano dalla raffinatezza della città d’arte che, non a caso, ancora oggi è considerata la meta turistica più desiderata in assoluto nel mondo: si tratta di una cucina che come dice bene Ada Boni, gastronoma italiana e grande esperta della tradizione culinaria, nella prefazione del 1929 del libro “La Cucina Romana”: “Nella cucina romana si preferiscono le cose semplici e genuine: tutto quello che rappresenta la complicazione della cucina internazionale viene inesorabilmente bandito. Il romano ha una cordiale antipatia per le vivande troppo elaborate e, severo conservatore, non accoglie che con diffidenza ciò che si distacca dai suoi cibi consueti (…).”

Territori e dialetti si intrecciano con cibo e cultura

Quindi di fronte ad uno sviluppo artistico senza pari questa città ha voluto mantenere sul versante dell’alimentazione (e della lingua), tradizioni radicate e inamovibili della vita quotidiana – useremmo la parola “popolare” se non fosse, ai nostri giorni, abusata. Aggiungiamo anche qualche puntualizzazione su ciò che oggi s’intende con dialetto romanesco: è un codice linguistico molto simile all’italiano, tanto da essere considerato spesso più una “parlata” che un “dialetto”.

Appartiene al gruppo dei dialetti diffusi in città durante il Rinascimento soprattutto dai toscani. La sua grammatica perciò si discosta poco da quella italiana, fondata com’è appunto sul toscano, e un italofono può capire agevolmente gran parte di un discorso in romanesco. E sappiamo bene quanto il “romanesco” al pari dei piatti clou della cucina popolare siano gelosamente custoditi come parte dell’identità di questa capitale e dei territori vicini, identità che vuole mantenere caratteristiche diverse: massima attenzione ai gioielli della cultura (e qui si parla di raffinati pezzi unici dal fasto ineguagliabile) che si trovano in ogni dove ma nello stesso tempo attaccamento alla parlata, al gestualità espressione più intima del non verbale e alla cucina che appaiono più vicini all’umore più verace e pittoresco che noi conosciamo tanto bene.

Cultura, cibo e territori: ancora una volta restiamo stupiti di fronte agli intrecci inconsueti e creativi che la cultura italica riesce a esprimere nel campo dell’identità e della caratterizzazione estrema. Nella nostra mission non a caso, è presente questa frase: “Ogni piatto, vigna, ricettario, territorio, negozio è un universo ricco di strati narrativi ed esperienziali”.

Nell’immagine, da sinistra verso destra: il libro di Trilussa “Tutte le Poesie”; “La Dama col liocorno”, un dipinto a olio su tavola di Raffaello Sanzio, databile al 1505-1506 circa e conservato nella Galleria Borghese a Roma; un piatto di cacio e pepe.

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