Un bar che tiene acceso il futuro: in questo contesto si inserisce la storia di Lorenzo, giovane gestore del Bar del Borgo, una delle attività rimaste nel centro storico di un piccolo borgo della Lunigiana. Il locale è un punto d’incontro per turisti, residenti e pellegrini della Via Francigena, oltre che un presidio contro la desertificazione commerciale: questa scelta mostra come imprenditoria giovanile, prodotti locali, turismo e innovazione possano contribuire alla rinascita dei piccoli borghi. L’evento principe del borgo è “Filetto Rinascimentale. Dal tardo Medioevo al Rinascimento” che si svolge dall’12 al 16 agosto 2026 diffuso in tutta Filetto, nel comune di Villafranca; un momento importante che testimonia il legame profondo della comunità con il territorio e l’identità culturale della Lunigiana.
Un bar che tiene acceso un borgo

Il Bar del Borgo dimostra che restare in Lunigiana può diventare una scelta contemporanea capace di generare relazioni, economia e futuro. Ci sono attività che vendono prodotti e altre che, insieme a un caffè, danno linfa vitale ad un territorio. Il Bar del Borgo di Filetto, frazione di Villafranca in Lunigiana – MS, appartiene alla seconda categoria. Quando Mario Magnani ha pensato di chiudere il locale aperto nel 2016 con l’aiuto della moglie Danila, il figlio Lorenzo ha scelto di raccogliere il testimone. Aveva appena ventun anni, ma un’idea precisa: il suo futuro poteva essere costruito proprio lì, nel paese in cui era cresciuto.
Filetto (dal greco bizantino “proteggere, sorvegliare”) è un borgo in una Lunigiana ancora in parte da scoprire, terra di castelli, cammini, storie Medioevali e Rinascimentali, boschi e antichissime statue stele del terzo millennio a.C. Un territorio protetto dalle montagne, attraversato da pellegrini e visitatori, che conserva ritmi, paesaggi e relazioni difficili da trovare altrove. Un viaggio in Lunigiana, tra Toscana e Liguria, è anche la scoperta di una cucina povera ma estremamente caratterizzata che celebra il legame, come non mai, tra cibo e cultura.
La storia antica del borgo di Filetto e la famiglia dei Malaspina
Il Borgo di Filetto: il nucleo più antico del borgo è probabilmente un presidio militare bizantino costruito attorno il VI secolo d.c.
Ma dal 1351 Filetto viene governato dalla famiglia Malaspina: i marchesi adattarono l’antico fortilizio a residenza signorile e promossero l’ampliamento del borgo. La storia dei Malaspina è legata anche a Dante Alighieri, che durante l’esilio fu loro ospite e rappresentante nella pace con il vescovo di Luni.
Le tracce di Filetto sono però ancora molto più antiche: nella vicina Selva, presso la Chiesa di San Genesio, furono ritrovate undici statue stele e due menhir, sculture antropomorfe in pietra databili tra il IV e il I millennio a.C.; si tratta di uno dei tanti tesori misteriosi dell’Italia antica.
Dietro ogni tazza di caffè ci sono organizzazione, fatica, attenzione e capacità di ascoltare le persone

In un luogo così incantevole, la chiusura di un bar non significa soltanto perdere un esercizio commerciale. Significa togliere al paese un punto d’incontro, una luce accesa, una porta dietro la quale trovare qualcuno, chiedere un’informazione o semplicemente scambiare qualche parola. E anche perdere un tesoro storico di ineguagliabile bellezza.
«Mio padre aprì il bar l’anno prima che iniziassi la scuola superiore», racconta Lorenzo. «Quell’esperienza orientò anche la mia formazione: l’Istituto alberghiero di Bagnone, i corsi di primo e secondo livello della Federazione italiana barman, il percorso da sommelier e gli approfondimenti dedicati al turismo lunigianese».
Ma la sua vera scuola è stata il locale di famiglia, dove ha imparato che dietro ogni tazzina ci sono organizzazione, fatica, attenzione e capacità di ascoltare le persone. Lo stesso accade nelle degustazioni dei vini scelti, altra loro specialità oltre ad essere un centro di diffusione dei prodotti veritieri del territorio (al proposito vi abbiamo recentemente raccontato una degustazione di vini della Lunigiana).
Quando il padre gli disse che era il momento di dismettere l’attività, Lorenzo si trovò davanti a una scelta difficile. Lasciare che il bar chiudesse avrebbe significato perdere il luogo in cui era cresciuto professionalmente e affettivamente, ma anche interrompere un servizio per i residenti, i turisti e i camminatori della Via Francigena. Alla fine del 2023 ha quindi deciso di subentrare nella gestione, trasformando la continuità familiare in un progetto personale.
Non soltanto consumare, ma incontrarsi

La scelta di Lorenzo intercetta un bisogno che sta tornando con forza. Dopo anni trascorsi nella virtualità, nei viaggi verso il lontano, molte persone stanno riscoprendo il valore della presenza.
Non si tratta di rifiutare il digitale, che rimane uno strumento fondamentale, ma di ricercare un nuovo equilibrio. Possiamo ordinare un prodotto con un clic, parlare in videochiamata e mandare una email: nessuna interfaccia, però, restituisce completamente la spontaneità di un incontro, un sorriso non programmato, la presenza fisica degli altri o il senso di appartenenza che nasce dalla frequentazione di un luogo.
Il ritorno ai concerti dal vivo presenta, per esempio, numeri eccezionali: Ultimo a Roma con 250.000 spettatori paganti, Vasco Rossi a Modena con 225.173 presenti e Ligabue con 165.264 fan. I giovani vogliono cose vere, vivere in diretta con esperienze da condividere e ricordare
Il ritorno in massa ai concerti, alle feste di paese e agli eventi del vivo, nasce anche da questa esigenza. Le persone non cercano più soltanto efficienza e comodità: vogliono esperienze da ricordare e condividere.
Il negozio fisico non può competere con l’e-commerce sulla velocità, può però offrire ciò che la rete non riesce a consegnare a domicilio: relazione, atmosfera, fiducia, riconoscimento. Un bar di paese incarna perfettamente questa funzione. È un luogo nel quale si può entrare da soli senza sentirsi necessariamente soli. Si incontrano generazioni diverse, si raccolgono notizie, si costruiscono abitudini. È anche una soglia tra chi abita il territorio e chi lo attraversa: il residente vi ritrova una parte della propria quotidianità; il turista scopre prodotti locali e comincia a conoscere la vita reale del borgo.
Un’attività di prossimità è anche un’infrastruttura sociale

La storia del Bar del Borgo assume un significato ancora più importante di fronte alla desertificazione commerciale che attraversa borghi, città e paesi: tra il 2015 e il 2025 in Italia sono scomparsi oltre 86.000 negozi di vicinato.
Quando una serranda si abbassa non diminuisce soltanto l’offerta commerciale. Si riducono il passaggio delle persone, i servizi, il controllo sociale spontaneo e la capacità di un luogo di generare relazioni. Nei piccoli paesi, la chiusura dell’unico bar, dell’alimentari o dell’edicola può diventare l’inizio di un progressivo isolamento, l’inizio della desertificazione.
Per questo non basta rimpiangere nostalgicamente il negozio di una volta. La prossimità deve rinnovarsi, collegandosi al turismo, alla cultura, ai prodotti locali, agli eventi e agli strumenti digitali. Il negozio del futuro non sarà semplicemente fisico in contrapposizione al digitale: sarà un luogo reale capace di usare la rete per farsi conoscere, costruire alleanze e riportare le persone nello spazio condiviso.
Accanto alle colazioni e agli aperitivi propone vini e prodotti provenienti da aziende lunigianesi. La formazione da barman gli permette di sperimentare cocktail e abbinamenti, mentre il percorso da sommelier rafforza il rapporto con le produzioni del territorio.
Intervista esclusiva a Lorenzo Magnani: tenere aperto il bar significa tenere aperto il futuro
Vivo a pochi passi dal locale, sono cresciuto e voglio costruire il mio futuro qui, condividendo i miei sogni con la gente del posto

Qual è stata la motivazione decisiva nella tua scelta di gestire direttamente il Bar del Borgo?
Il Bar del Borgo è una delle poche attività rimaste nel centro storico di Filetto. Lasciarlo chiudere sarebbe stato un vero peccato: senza un bar, un negozio o un luogo d’incontro, un paese rischia di spegnersi. Ho iniziato nel gennaio 2025, dopo aver lavorato per diversi anni nell’attività di famiglia. Conoscevo già il locale, la clientela e le persone del paese e questo è stato un grande vantaggio, ovviamente.
Che cosa potrebbero fare le istituzioni per aiutare i giovani che vogliono restare in Lunigiana?
Ci sarebbero molte cose che sarebbero utili ma qui ne voglio menzionare una sola: servirebbe un supporto concreto per accedere ai bandi e ai finanziamenti. Un giovane che avvia un’attività spesso ha idee e volontà, ma non possiede ancora l’esperienza necessaria per orientarsi tra pratiche, contributi, scadenze e autorizzazioni.
Devo aggiungere anche che dal Comune ho avuto un supporto fattivo, non economico quanto pratico e amministrativo. Quando devo richiedere autorizzazioni o organizzare un evento trovo disponibilità; anche rispetto ad alcuni pagamenti c’è attenzione verso le esigenze di chi gestisce un’attività. Per un piccolo esercizio è già molto importante poter organizzare una serata o una manifestazione senza essere schiacciati dalla burocrazia.
I giovani a difesa del territorio: quanti hanno seguito il tuo percorso?
Purtroppo molti ragazzi della mia età stanno andando via oppure cercano lavori più stabili e con orari più prevedibili. È comprensibile, perché la ristorazione richiede sacrificio, responsabilità e una presenza quasi continua. Non ho dati sulla Lunigiana ma ti riporto la mia esperienza diretta: nella mia classe dell’Istituto Alberghiero di Bagnone eravamo in ventiquattro. Dopo cinque anni dalla fine della scuola, siamo rimasti soltanto in tre o quattro a lavorare ancora nel settore. E siamo pochissimi ad aver scelto di gestire autonomamente un’attività.
Restare, una nuova forma di innovazione

Per molti giovani delle aree interne, il futuro è stato a lungo associato alla partenza: studiare altrove, trasferirsi, cercare opportunità nelle grandi città. Lorenzo compie una scelta diversa, ma non per questo meno contemporanea.
Restare non significa rinunciare all’ambizione. Può significare applicare competenze nuove a un luogo antico, trasformare un’attività familiare e costruire valore proprio dove il mercato tende a ritirarsi.
Il valore di questa storia sta nella sua apparente semplicità. Un ragazzo decide di non chiudere una porta. Dietro quella porta, però, rimangono aperti un servizio, un luogo d’incontro, un presidio turistico, un’attività economica e una parte della memoria familiare.
Rimane aperta anche la possibilità che un piccolo borgo non diventi soltanto uno scenario da fotografare, ma continui a essere abitato, attraversato e vissuto.
La vita digitale ci permette di raggiungere ogni luogo, ma rischia di renderci presenti ovunque e radicati in nessun posto. Esperienze come quella di Lorenzo ricordano che abbiamo ancora bisogno di spazi nei quali essere riconosciuti, guardarci negli occhi e sentire che la nostra presenza conta.
Il futuro non sarà una scelta tra vita online e vita reale. Sarà la capacità di usare la tecnologia senza rinunciare al corpo, alle emozioni, alla vicinanza e alla comunità.
Al Bar del Borgo questa idea assume una forma quotidiana: una tazzina di caffè, un cocktail, una mappa consegnata a un pellegrino, una serata di musica, un saluto rivolto per nome. Piccoli gesti che non fanno rumore, ma tengono acceso un paese.
Un’ultima domanda a Lorenzo, prima di concludere: se entrasse oggi nel bar il Marchese Corrado Malaspina, che cosa gli offriresti?
Gli offrirei uno spritz: un cocktail contemporaneo, colorato e completamente lontano dalle bevande che poteva conoscere nel suo tempo: sarei curioso di vedere la sua faccia al primo sorso.😊


Un articolo davvero splendido che valorizza e fa riflettere sull’ importanza di mantenere vivi i nostri borghi e trasmettere ai giovani uno stimolo fantastico per incentivare a credere nelle proprie radici e investire in queste realtà.
Mi sembra che Lorenzo ha colto pienamente tutto questo.
Cara Lucia speriamo che Lorenzo sia un esempio per tanti altri giovani.
L’esempio di Lorenzo non è un unicum, per fortuna di tanti piccoli borghi italiani emersi dalle brume del tempo e della storia ed ancora vivi e vitali in un’epoca che sembra voler bruciare e distruggere tutto nel nome della modernità, anche tramite quel malefico “click” con cui si cerca e si ottiene tutto , o quasi tutto, senza scomodarsi e sforzarsi di uscire dal proprio guscio. Lorenzo non è unico, ma grazie a lui ed a quei giovani che, come lui, riescono a valorizzare il retaggio della nostra storia e della nostra cultura, possiamo sperare di non veder sfumare del tutto il fascino del nostro magnifico Paese, che sa declinare, grazie alla coraggiosa iniziativa di questa gioventù matura e responsabile, la bellezza del vivere quotidiano, in modi sorprendentemente semplici e spontanei. Il nostro Paese non attrae turisti da ogni dove solo per l’arte, per i paesaggi, per la varietà sorprendente della cucina o per la moda, ma anche per la cordialità, lo spirito d’iniziative e la fantasia dei tanti “Lorenzo” che rappresentano la parte migliore del nostro popolo. Grazie, Lorenzo, per il suo esempio e per il coraggio dimostrato nel decidere di non “lasciare perdere perché non ne vale la pena”. Auguri di cuore
Grazie per il commento. Siamo d’accordo con la tua riflessione
Chapeau! E’ bello leggere e sapere che esistono giovani che si mettono ancora in gioco per tenere vive le tradizioni e creare un punto d’ incontro per la propria comunita ‘. So quanto sia difficoltoso ,perche’ pure io vivo in un piccolo borgo in Piemonte,e vedo quanto sacrificio ci si debba mettere per organizzare qualsiasi cosa, ma e’ un servizio vitale per i paesi ,di cui dobbiamo esserne tutti grati. Vi auguro tutto il bene possibile ,e se capitero’ dalle vostre parti, sara’ un piacere passare a trovarvi. Buona vita!
I giovani come Lorenzo sono le sentinelle dei territori dell’entroterra e costruttori di futuro