Scrittrice, insegnante e filosofa francese, Simone de Beauvoir ha dato un grande contributo al movimento femminista. Il suo rapporto con il cibo ci aiuta a conoscere la sua vita più intima
Simone de Beauvoir e il femminismo si possono raccontare attraverso il rapporto che la grande intellettuale francese aveva con il cibo. Sono passati 75 anni dalla pubblicazione del libro Il Secondo Sesso, eppure il testo è ancora attuale. Così oggi abbiamo deciso di raccontarvi chi è stata la pensatrice e filosofa esistenzialista francese scegliendo una prospettiva originale. Una prospettiva con cui ci piace raccontare i grandi scrittori, il loro modo di vivere cibo e cultura.
Simone de Beauvoir e il femminismo: una vita libera

La scrittrice, femminista e filosofa esistenzialista Simone De Beauvoir, una delle menti più brillanti del Novecento, nasce il 9 gennaio 1908 a Parigi in una famiglia borghese, che sceglie per lei un’educazione cattolica presso una scuola di suore che la porta a prendere in considerazione l’idea di diventare suora. La sua curiosità e profondità di pensiero le fanno cambiare strada, preferendo orientarsi verso lo studio della matematica, della letteratura e della filosofia.
Il suo destino è già scritto: un’educazione universitaria, poi il matrimonio e la costruzione di una famiglia. Ma Simone è destinata a conoscere un percorso ben diverso. Così quando la famiglia cade in disgrazia, la futura scrittrice si sente libera di percorrere una strada fuori dal cammino tracciato per una donna del suo tempo, ovvero essere moglie e madre.
Donna non nasci, lo diventi: il coraggio di costruirsi il proprio destino
Lui è il Soggetto, l’Assoluto. Lei è l’Altro. Il secondo sesso è un’opera in due volumi in cui, nel primo, Beauvoir fa un’analisi storica di come sia possibile che le donne finiscano per considerarsi ‘l’altro’, mentre, nel secondo, descrive come le donne vivono il fatto di non essere rilevanti
Nel 1949 viene presentato al pubblico il libro “Il secondo sesso”, un testo che sconvolge il dibattito culturale europeo e diventa un manifesto femminista, ma anche una guida per tutta la sinistra che crede nell’uguaglianza e nella libertà. Un testo che non passa inosservato. Alcuni critici lo considerano pornografia e il Vaticano lo include nella lista dei libri proibiti.
In esso, Simone de Beauvoir si propone di rispondere a una domanda semplice, ma rivoluzionaria: “Che cos’è una donna?”, scuotendo così le fondamenta delle strutture sociali patriarcali. Una delle tesi più famose del libro è diventata ben presto uno slogan femmminista: “Donna non nasci, lo diventi”.
Simone de Beauvoir e il femminismo: quando i ruoli di genere diventano gabbie
Devi imparare a sentire, una percezione che non scegli, che accade all’improvviso. Devi ascoltare i sentimenti, che non sono né buoni né cattivi, e seguirli senza paure, accettando le ferite e la possibilità che un giorno dovrai curarle
Perché Simone De Beauvoir e il femminismo sono sinonimi? La filosofa sostiene che i ruoli di genere sono costruiti socialmente e culturalmente. Perché non si può crescere oltre questi confini? Per poterci riuscire occorre coltivare la responsabilità personale e la solidarietà femminile per combattere l’oppressione e costruire un mondo più giusto.
La compagna di Sartre, che rifiuta il matrimonio, che sceglie di non vivere mai con il suo compagno sotto lo stesso tetto e con cui rimane insieme fino alla morte, non ha dubbi: non si può e non si deve essere vittime di un destino imposto con la scusa che sia determinato da una Natura matrigna.
Le donne e la loro lotta contro le ombre
Non basta aver acquisito il diritto al voto, non è sufficiente raggiungere l’equiparazione giuridica, occorre un grosso cambiamento culturale che finalmente dia dignità alla figura femminile

Il problema delle donne sono “le ombre” imposte dalla società e da noi stesse, dalla maternità non scelta, dal peso del successo o dal suo mancato raggiungimento. Temiamo i traumi, li nascondiamo invece di capirli. Evitiamo di dare loro umanità per la paura di esporli e di diventare vulnerabili. Scegliamo di idealizzare tutto, ma la vita è anche dolore e sofferenza.
Oggi si aggiunge la trappola dei social network che impongono la costruzione di storie e immagini edulcorate, oltre che alla costruzione di personaggi fittizi, quelli che in letteratura si chiamano “maschere”. La vita non ha mai un colore solo, ha luci ed ombre.Tutti abbiamo delle ferite, alcuni più grandi e altri più piccole, che né il tempo né la distanza possono aiutarci a non affrontare. Finchè non lo faremo, dovremo fare i conti con meccanismi di difesa quali l’autodistruzione, la negazione, la dissociazione. Insomma conoscere il senso di vuoto.
Simone de Beauvoir e il femminismo raccontati attraverso il cibo
Un cucchiao di minestra, un bicchiere di vino, una tavoletta di cioccolato raccontano molto di noi e della nostra storia e del nostro desiderio di essere individui tra altri individui liberi

Come ha potuto una donna del secolo scorso avere la forza non solo di scrivere pagine importanti per l’emancipazione delle donne, ma anche di vivere in modo libero, come ancora oggi poche donne riescono a fare? Per cercare di conoscere la sua più profonda intimità, proviamo a studiare il suo rapporto con il cibo.
“Non avevo maui messo piede in un caffé ed eccomi qui, di notte, in un bar, con due giovanotti:una cosa straordinaria….Scolai rapidamente un dry – martini e poiché non avevo mai bevuto una goccia di alcool, nè di vino, che non mi piaceva, feci presto a partire. Mi misi ad apostrofare i clienti, ruppi due o tre bicchieri per essere all’altezza della situazione. Il tempo non esisteva più. Mi sentivo legata ai miei compagni in un’indissolubile complicità, come avessimo commesso insieme un assassinio o attraversato a piedi il Sahara.”
Simone de Beauvoir amava i caffè, al tempo proibiti alle donne perbene. I suoi avventori gli apparivano persone libere. Risvegliavano in lei un sentimento represso: “…un mostruoso desiderio di rumore, di lotta, di violenza“. La scrittrice conduce una vita che costa, i soldi non bastano, conosce la disperazione della povertà. L’attrazione verso la contraddizione delle ferree regole della società, l’amore per le sregolatezze, le vite perdute le consentono di conoscere la vita. Un destino che condivide con il grande filosofo Jean Paul Sartre. “La modestia delle nostre risorse favoriva la nostra felicità. La gente di alto rango non aveva nulla da insegnarci, le loro fastose dissipazioni, i loro lussi coprivano soltanto il vuoto.“
La guerra: il senso di colpa, il passato, ma soprattutto i traumi
Nel 1939 scoppia la guerra: il pane è razionato, le pasticcerie chiudono tre giorni alla settimana, il cioccolato si trasforma in lusso. L’abbondanza di cibo diventa per tutti un triste ricordo. Solo con l’avvento dalla liberazione dal nazifascismo iniziano tra artisti, intellettuali e scrittori le “fiestas”, un modo per affrontare quelle paure legate ad un futuro che appare ancora incerto. Si mangia e si beve in abbondanza per scacciare sensi di colpa, traumi e paure.
Si esorcizza la paura del domani, la paura della morte.” Ritrovavamo quell’antica certezza che vivere può e deve essere una felicità….non ci illudevamo, volevamo solo strappare a questa confusione qualche pepita di gioia, ubriacarci del suoi splendore, in barba ai domani che deludono”. Trovare cibo non è facile, tutto è razionato. Il denaro non vale nulla, nasce il rancore, l’odio per chi piò permettersi un piatto di zuppa calda, la nostalgia di un passato che si trasforma in un atto di vigliaccheria. I cuori della gente, soprattutto in campagna, sono induriti dalla miseria. Il mondo è solo macerie, fame e povertà.
Come salvarsi? Invocando giustizia, mai perdendo di vista l’umanità, la solidarietà tra individui che non devono mai dimenticare la propria dignità. La dignità dell’uno è la dignità dell’altro. Questa è la sola religione che non conosce violenza.

