Chi è abituato a “praticare i fornelli” sa che la preparazione di una pietanza può aver a che fare con l’arte. Non a caso si parla di “arte culinaria”. Quasi mai però la stesura di una ricetta presente in un libro di cucina o la spiegazione dei vari passaggi che portano alla trasformazione di più ingredienti in un piatto indimenticabile possono definirsi un poema. Lo storytelling delle sue origini, il blow up di qualche particolare all’apparenza senza importanza, i sentimenti che un cibo suscita ed infine la simbologia psicologica dello stesso, ecco tutto questo è “arte culinaria” anche se… anche se….talvolta, certi piatti, talmente perfetti, non hanno bisogno di altro che di silenzio.
Il risotto ai carciofi al centro di un amore travolgente
Invece, ne “L’imperfetta meraviglia” di Andrea De Carlo… “le foglie esterne dei carciofi tolte e messe a bollire fino ad ottenere un brodo verde e ricco di sapore, le parti interne ripulite con accuratezza dalle estremità pungenti e dalla peluria e poi tagliate a fettine sottili e saltate dolcemente in padella con aglio e olio d’oliva, prima di essere unite al riso nella pentola di coccio e bagnate con piccole innaffiature di vino bianco e poi con abbondanti mestolate di brodo verde, e mescolate e mescolate con pazienza fino all’aggiunta finale di burro e parmigiano grattato per la mantecatura. Il risultato è quanto di più vicino alla perfezione si possa arrivare con un risotto ai carciofi: il sapore dolce-amaro così intenso e puro, la consistenza deliziosamente cremosa che pure lascia ogni fettina e chicco riconoscibili individualmente dalla lingua”. Potrebbero essere le parole di una poesia, anzi sono poesia. Malgrado non seguano particolari leggi metriche, rispondono pienamente al significato di “poiesis” che in greco vuol dire creazione. L’Autore riesce a far entrare pian piano il lettore nei colori, nei profumi, nei sapori della pietanza preparata creando una corrispondenza di sensazioni.
Corrispondenza di sensazioni: ancora più efficace quando si tratta di gelato

….il fiordilatte è il gusto a cui (Milena Migliari) ritorna quando ha bisogno di un reset dopo una sperimentazione fallita o deludente, è il punto da cui ricominciare. “C’è qualcosa di iniziale, nel fiordilatte: come una tela bianca, come una pagina non scritta che contiene mille potenziali storie o nessuna, dipende. … Cremoso, non basta. Dolce, comunque non lo definisce. Soffice, morbido, essenziale, candido, niveo? Omogeneo sì, ti riveste la lingua, crea una patina che però si dissolve presto, non resta. … la sua apparente semplicità si apre ad un universo di sfumature morbide e vellutate, che accarezzano la lingua e il palato e portano con sé memorie di pensieri ingenui, fresche impressioni, innocenti esperienze tattili e olfattive” …
Il gelato si gusta, si esperimenta sensorialmente e talvolta, diventa evocazione
Ma il gelato non si mangia, si gusta, è un piacere. E talvolta un’evocazione, un ritorno al passato. Se Marcel Proust scriveva: “Sul gelato: tutte le volte che ne prendo, sono templi, chiese, obelischi, rupi; è come una pittoresca geografia che prima ammiro, per poi convertire quei monumenti di lampone e vaniglia nella mia gola”, Voltaire annotava: “Il gelato è squisito. E’ un peccato che non sia illegale”. Le parole usate da De Carlo rendono tutto ciò a meraviglia e anche qui la separazione tra prosa e poesia è un velo sottile, trasparente.
L’ Algida Musa di Carmen Covito
In chiusura: come dimenticare che al centro del super best seller “La bruttina stagionata” di Carmen Covito, c’era una tesi di laurea, con al centro sempre il gelato, tesi il cui titolo, “Algida Musa”, è il punto di riferimento per il tourbillon semi serio della relazione tra l’Accardi e Marilina?
Un grazie a Letizia D’Amelio per la preziosissima e…golosa collaborazione
