Tra la Val d’Orcia, la Val di Chiana e le Crete Senesi esiste un borgo che racconta la Toscana più autentica. A Trequanda il vino è solo una parte della storia: qui convivono allevamenti di Chianina, oliveti rinati dopo la gelata del 1985 e vigneti che crescono su antichi fondali marini. Un viaggio tra paesaggi, tradizioni agricole e degustazioni che svela un volto meno conosciuto della Toscana
Può sembrare una curiosità da raccontare a fine articolo, invece è probabilmente il modo migliore per capire questo angolo di Toscana. Perché qui il vino è importante, ma non basta a raccontare il territorio. Bisogna guardare le Chianine che pascolano tra le colline, gli oliveti rinati dopo la grande gelata del 1985, i vigneti che crescono su antichi fondali marini e quella quercia solitaria diventata il simbolo della tenuta. Solo allora si comprende che Trequanda non è una semplice destinazione enoturistica. È una fotografia piuttosto rara della Toscana agricola contemporanea.
Nel borgo che guarda tre valli abbiamo scoperto una Toscana che resiste al tempo

Ogni volta che parlo della Toscana con qualcuno che la conosce davvero siamo quasi sempre d’accordo su una cosa: è una terra unica.
Borghi medievali sospesi nel tempo, vigneti che crescono su un territorio aspro e armonioso allo stesso tempo, una natura rigogliosa e un’architettura che sembra nascere direttamente dal paesaggio. In Toscana convivono mare, colline e montagne; una geografia straordinaria che nei secoli ha plasmato uno stile di vita fatto di cultura, agricoltura e convivialità.
Ma oltre alle destinazioni più celebri esistono luoghi che raccontano un volto più profondo della regione. Luoghi in cui il vino non è soltanto un prodotto, ma una conseguenza naturale del territorio e della sua storia.
Le 5 sorprese di Trequanda che non ci aspettavamo
Un borgo che guarda tre orizzonti

La prima sorpresa è proprio il paese. Trequanda è uno di quei luoghi che sembrano usciti da un racconto medievale. Le sue origini sono antichissime e attorno al suo nome esistono ancora oggi diverse teorie. Una delle più affascinanti racconta che il nome derivi dalla posizione privilegiata del borgo, capace di guardare contemporaneamente tre territori: la Val di Chiana, la Val d’Orcia e le Crete Senesi.
Un’altra ipotesi affonda invece le radici nell’epoca etrusca. Nessuno però può dirlo con certezza: parte della documentazione storica andò perduta nell’incendio dell’archivio di Arezzo. E forse è proprio questo alone di mistero a rendere Trequanda ancora più affascinante.
La Toscana dei grandi numeri: 1200 ettari di vigneto intorno ad un borgo medievale

Quando si parla di Trequanda si pensa subito al vino. In realtà la dimensione dell’azienda agricola sorprende. La tenuta si estende per circa 1.200 ettari attorno al paese e rappresenta un piccolo ecosistema agricolo: vigneti, oliveti, pascoli, seminativi e allevamenti convivono in un equilibrio costruito nel tempo.
Come ci ha raccontato il direttore Emanuele Bizzi, il paesaggio così ordinato e curato non è casuale, ma il risultato di investimenti continui che hanno permesso di valorizzare ogni vocazione produttiva del territorio. Un approccio che oggi appare quasi controcorrente e che restituisce l‘immagine di una Toscana agricola ancora autentica.
Chianina Toscana: il gigante bianco vive qui

Molti associano la Chianina alla bistecca alla fiorentina. Pochi però hanno visto da vicino questi animali. L’azienda ospita uno dei più importanti allevamenti di bovini di razza Chianina della regione, con circa 300 capi allevati secondo un modello semi-brado.
La curiosità che ci ha colpito di più riguarda proprio l’aspetto degli animali. I vitelli non nascono bianchi come gli adulti. Alla nascita hanno infatti una colorazione definita “fromentino“, una tonalità simile al grano maturo che solo dopo alcuni mesi lascia spazio al caratteristico mantello bianco porcellana.
La Chianina viene spesso chiamata il “gigante bianco”: alcuni esemplari possono raggiungere anche 1,70 metri al garrese, diventando tra i bovini più alti al mondo. Durante la visita abbiamo visto le vacche prossime al parto e i vitelli nati da pochi giorni. Il resto della mandria era libero al pascolo tra prati ricchi di biodiversità.È una scena che racconta molto più di qualsiasi certificazione.
La storia poco conosciuta degli olivi di Trequanda: la gelata che cambiò il paesaggio

Tra i racconti più interessanti emersi durante la visita c’è quello legato agli oliveti. Fino agli anni Ottanta ogni podere della tenuta possedeva il proprio piccolo oliveto. Poi arrivò il grande gelo del 1985. Per dieci giorni consecutivi neve e temperature fino a 15 gradi sotto zero devastarono il patrimonio olivicolo della zona. Migliaia di piante morirono.
Gli oliveti che oggi circondano Trequanda sono il risultato di un lungo lavoro di reimpianto iniziato alla fine degli anni Ottanta. Da questi 25 ettari nasce un extravergine dal colore verde brillante e dai profumi intensamente fruttati, con una piacevole nota piccante che accompagna la degustazione.
La quescia solitaria che è diventata simbolo della tenuta
Il luogo più suggestivo per un pic nic

Se dovessimo scegliere l’immagine simbolo di questa esperienza sarebbe probabilmente lei: una grande quercia isolata che domina un campo di grano. L’albero è diventato l’emblema stesso della cantina.
Qui è possibile vivere una delle attività più originali proposte dalla tenuta: acquistare una box gastronomica con prodotti locali e una bottiglia di vino per raggiungere il punto panoramico allestito sotto la chioma della quercia. Seduti all’ombra dell’albero si osservano le colline senesi che si rincorrono fino all’orizzonte. È uno di quei momenti in cui si comprende davvero il legame profondo tra paesaggio e vino.
I vini di Trequanda: tra tradizione senese e nuove interpretazioni

Le vigne si trovano tra i 350 e i 450 metri di altitudine, in una zona compresa tra la Val di Chiana e la Val d’Asso.I terreni, formati da limo e arenarie di origine marina ricchi di sali minerali, conferiscono ai vini una spiccata impronta territoriale.
Tarkun, lo spumante che non ti aspetti

Tra le etichette più sorprendenti c’è Tarkun, spumante Metodo Martinotti ottenuto da Vermentino e Sangiovese. La raccolta anticipata delle uve preserva acidità e freschezza, regalando un vino agile, fragrante e particolarmente adatto all’aperitivo.
Sauvignon Toscana IGT
Le escursioni termiche e i suoli marini esaltano la componente aromatica del vitigno. Al naso emergono sambuco, uva spina e frutta esotica, mentre il sorso si distingue per sapidità e tensione minerale.
Chianti Riserva DOCG e Orcia Sangiovese Riserva DOC
Sono probabilmente le etichette che raccontano meglio l’anima storica della tenuta.Durante la degustazione abbiamo apprezzato soprattutto l’equilibrio tra componente fruttata e note balsamiche, con richiami alla macchia mediterranea, al sottobosco e alle erbe aromatiche. Vini che non inseguono mode passeggere ma interpretano il territorio con una cifra stilistica precisa.
Dove mangiare e dormire a Trequanda
Pranzare nell’agriturismo della tenuta

La cucina segue la tradizione toscana con particolare attenzione alle produzioni aziendali. La Chianina allevata in azienda diventa naturalmente protagonista di molti piatti e rappresenta il modo migliore per comprendere il lavoro svolto nei pascoli che circondano il borgo.
Dormire nel borgo tra i vigneti
L’ospitalità si divide tra due strutture. La Residenza Matteotti, all’interno di un palazzo cinquecentesco nel centro storico, e l’Agriturismo Montecerroni, immerso nella campagna tra vigneti e pascoli. Due modi diversi di vivere lo stesso territorio.
Perché Trequanda vale il viaggio

Alla fine, la cosa più interessante di Trequanda non è stata una bottiglia particolarmente riuscita, né il panorama che si apre sulle colline senesi. È stato capire come tutto sia collegato. I vigneti, gli oliveti, le Chianine al pascolo, il borgo medievale, le persone che lavorano la terra e quelle che arrivano qui per qualche giorno di vacanza. Nulla sembra esistere separatamente dal resto. Ogni elemento contribuisce a costruire l’identità di questo territorio.
In un’epoca in cui il turismo enogastronomico rischia spesso di fermarsi alla superficie delle cose, Trequanda offre l’opportunità di andare un po’ più a fondo. Di comprendere che un vino nasce prima di tutto da un paesaggio, che una cucina racconta una comunità e che dietro ogni prodotto esiste una storia fatta di lavoro, memoria e scelte quotidiane.
Forse è proprio questa la sensazione che ci siamo portati via tornando a casa. Non il ricordo di una degustazione o di un pranzo, ma la consapevolezza che qui cibo, cultura e territorio continuano a parlare la stessa lingua. Ed è una lingua che vale ancora la pena ascoltare

