Negli Stati Uniti alcuni ristoranti stanno cambiando il menu per adattarsi a chi assume Ozempic: porzioni più piccole, piatti “leggeri”, appetiti ridotti. Ma quando un farmaco entra nella ristorazione, non è solo il corpo a cambiare: è il nostro rapporto culturale con il cibo. Ozempic e ristorazione: una trasformazione in atto
Articolo aggiornato il 9/01/2026
L’uso improprio di Ozempic per dimagrire sta influenzando anche il mondo della ristorazione. Negli Stati Uniti, alcuni ristoranti hanno iniziato a proporre menu con porzioni ridotte proprio per venire incontro a chi assume questo farmaco e desidera mangiare meno. L’allarme è stato lanciato dal New York Times e la tendenza sembra destinata a diffondersi.

Che cos’è Ozempic e perché è diventato famoso per la perdita di peso

L’Ozempic è un farmaco utilizzato per il trattamento del diabete di tipo 2. Tuttavia, grazie alla sua capacità di ridurre l’appetito, è stato adottato anche da chi cerca di perdere peso, spesso senza controllo medico. La popolarità di Ozempic in questo ambito è aumentata soprattutto per merito di star e influencer che ne hanno pubblicizzato l’uso.
Il farmaco agisce imitando un ormone che regola la glicemia, rallentando lo svuotamento gastrico e generando una sensazione di sazietà più duratura. Questo porta chi lo assume a sentirsi sazio con porzioni di cibo più piccole. Oltre all’effetto metabolico, Ozempic modifica anche la percezione del desiderio di cibo a livello neurologico, attenuando il cosiddetto “rumore mentale” legato al cibo.
L’Ozempic dell’epoca vittoriana: quando dimagrire era una forma di body horror

Il desiderio di essere magri non è una fissazione moderna. Molto prima dell’Ozempic, esistevano soluzioni estreme – e inquietanti – per controllare il peso. A ricordarcelo è La brutta sorellastra, film body horror del 2025 e debutto alla regia di Emilie Blichfeldt. In una scena disturbante, la protagonista Elvira ingerisce un uovo di tenia per dimagrire: un dettaglio che sembra frutto della finzione, ma che affonda le radici in una pratica realmente discussa nel XIX secolo.
La tenia è un parassita intestinale che può raggiungere diversi metri di lunghezza e nutrirsi di parte di ciò che mangia l’ospite. L’idea di “mangiare senza ingrassare” grazie a un verme non nasce dal cinema, ma ritorna ciclicamente online come presunto rimedio dimagrante dell’epoca vittoriana, quando il canone estetico femminile premiava corpi estremamente magri, fragili, quasi malati. Un ideale ispirato ai sintomi della tubercolosi: pelle pallida, occhi brillanti, guance arrossate e una silhouette esile fino allo sfinimento. Lo illustra bene The Ugly-Girl Papers, di S.D Powers, una delle guide di bellezza dell’epoca.
Qui la bellezza viene descritta come un dovere sociale femminile, legato al matrimonio e all’ascesa sociale. In quel contesto, non sorprende che fossero tollerate pratiche oggi impensabili: dall’ingestione di arsenico all’inalazione di ammoniaca, fino all’uso estremo dei corsetti. La cosiddetta “dieta della tenia”, però, resta sospesa tra realtà e leggenda metropolitana.
Molti storici mettono in dubbio che queste pillole fossero davvero diffuse come strumento dimagrante e non piuttosto truffe commerciali. Anche il celebre mito secondo cui Maria Callas avrebbe usato volontariamente la tenia per perdere peso non è mai stato supportato da prove concrete. I dati storici sull’uso di questi rimedi risultano frammentari e spesso contaminati da falsi, ma il messaggio resta chiaro: la pressione sul corpo – e sul modo di mangiare – non è cambiata, ha solo cambiato forma.
L’impatto di Ozempic sulla ristorazione e la cultura del cibo

Secondo un rapporto di Morgan Stanley del 2023, si prevede che entro il 2035 circa 24 milioni di persone negli Stati Uniti assumeranno farmaci simili a Ozempic. Questa diffusione avrà un impatto significativo sull’industria alimentare e sulla ristorazione. Con l’introduzione di formulazioni più semplici da assumere, come pillole mensili, è possibile che il numero di consumatori aumenti ulteriormente.
La domanda è: Ozempic e ristorazione possono convivere senza far perdere il piacere di mangiare? Mangiare è un atto sociale, culturale e affettivo, non solo un bisogno fisiologico. Se il farmaco riduce l’appetito fino a rendere il cibo un mero “minimo necessario”, cosa succederà alla convivialità? Il ristorante ha da sempre rappresentato un luogo di incontro, piacere e condivisione: se si perde questo, rischiamo di perdere qualcosa di essenziale.
L’Ozempic e ristorazione: una minaccia per il futuro della ristorazione?
La tirannia della piccola porzione: benvenuti nell’era Ozempic

In alcune città americane sono già nati i primi “Ozempic Cafè”, locali che propongono solo bevande e dove il cibo è quasi assente, mentre si discute appassionatamente di gastronomia. Questa tendenza suggerisce una trasformazione profonda: i ristoranti potrebbero dover rivedere le loro offerte, proponendo porzioni sempre più piccole e piatti meno calorici.
Il menu tradizionale si sta già adattando, con l’aumento di tapas, tramezzini e piccoli snack, molto apprezzati da chi cerca di contenere le calorie. Ma se questo fenomeno diventerà dominante, rischiamo una vera e propria “tirannia della piccola porzione”, con conseguenze culturali importanti.
Ozempic, dieta e identità culturale: un equilibrio difficile
Ozempic e la nuova cultura del corpo, tra inclusione e omologazione
Il rischio è che la normalizzazione di Ozempic e di farmaci simili porti a imporre un modello unico di alimentazione, cancellando le differenze culturali e il piacere legato alla tavola. La dieta diventerebbe un valore in sé, mentre il cibo perderebbe la sua dimensione sociale e affettiva.
Inoltre, l’ossessione per la perdita di peso alimenta mercati paralleli, tra farmaci dimagranti e alimenti “funzionali”. La pressione a conformarsi a certi canoni estetici porta a patologizzare i corpi, trascurando salute, contesto e benessere generale.
Se le previsioni sono corrette, a quali strategie dovrà ricorrere la ristorazione? Mangiare è un atto culturale, sociale, affettivo e profondamente umano. Se un farmaco riduce l’appetito al punto che mangiare non ha più senso, ci manca qualcosa di essenziale. Come cambierà il nostro modo di provare piacere, come vivremo la nostra fruizione dei pasti? Mangeremo più a casa o fuori casa?
Il fututo del nostro rapporto con il cibo? Una distopia gastronomica
Sembra che il cibo da elemento di goia si stia trasformando in abitudine malinconica, cambiando il nostro modo di vivere il ristorante. Se nel passato, andare al ristorante era un’eccezione, un momento di festa, negli ultimi anni si è trasformato spesso in un’abitudine. Così la gente ha cominciato a chiedere piatti più sani, meno gustosi rispetto al passato. Sono diminuite le porzioni e si è registrato l’aumento della richiesta di piatti di verdure. In modo silenzioso si è già imposto un “Ozempic sociale”.
Certo l’imporsi di un “Ozempic menu” sarebbe un grande cambiamento culturale che inciderebbe sulla nostra identità. Nascerebbe una nuova comunità basata su una scelta gastronomica ben precisa. Il ristorante si trasformerebbe in una sorta di luogo deputato, come la palestra, alla ricerca della forma fisica. Un processo che si è già avviato con i ristoranti aperti nei resort a cinque stelle che promettono la giovenezza e il corpo perfetto.
Il menu Ozempic normalizza la dieta o è un processo di inclusione per chi è a dieta?

Il questto è amletico. A mio parere il rischio è che si normalizzi l’idea che esistano ‘modi corretti’ di mangiare in base a ciò che l’industria farmaceutica o il mercato promuove. Un imporsi di una cultura della dieta capace di cancellare identità culturali e il piacere della tavola. Il mangiare meno diventerebbe un valore in sè. Come dimostrano gli scaffali dei supermercati, si sta affermando una relazione diretta tra la pressione per perdere peso a tutti i costi e l’ossessione per cibi proteici.
Quando passa il messaggio che se diminuisci il tuo peso, aumenta il tuo valore e la tua approvazione sociale, fioriscono due mercati: quello farmaceutico e quello del marketing di alimenti che promettono benessere. Entrambi si alimentano dell’ansia di avere un corpo perfettamente in forma.
Commento famelico
La relazione tra Ozempic e ristorazione non è solo una questione di porzioni o appetito, ma un segnale di una trasformazione culturale più ampia. Ci invita a riflettere su cosa significhi davvero mangiare bene, vivere in equilibrio con il cibo e preservare il piacere di stare insieme a tavola.
E se invece di rincorrere modelli imposti ed omologanti, ci chiedessimo se vogliamo veramente una salute basata sullo spegnimento dell’appetito e sull’incapacità di comunicare? E se, al contrario, desiderassimo vivere in pace con lo stimolo della fame, la ricerca della sazietà, godendoci il piacere di mangiare? A voi la risposta!

