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Frankenstein di Guillermo del Toro su Netflix: il “mostro” vegetariano di Mary Schelley

Il mostro di Frankenstein era vegetariano: scopri la versione di Guillermo del Toro su Netflix

Sapevi che il mostro di Frankenstein era vegetariano? Scopri come il Frankenstein di Guillermo del Toro su Netflix porta in vita la creatura più etica e compassionevole della letteratura

Il Frankenstein di Guillermo del Toro su Netflix: il film della vita del regista

Frankenstein di Guillermo Del Toro si distingue per essere un’epopea, un’opera esuberante

Dopo trent’anni di attesa, Guillermo del Toro è finalmente riuscito a realizzare il sogno di portare sullo schermo Frankenstein, il romanzo che lo aveva conquistato fin da bambino. Il film, disponibile su Netflix, rappresenta per il regista messicano “il film della vita”, una riflessione sull’ossessione, la memoria e i peccati che si ripetono.

La storia si apre circa quarant’anni dopo la presunta morte della strana creatura tra i ghiacci artici. Il dottor Pretorius, scienziato ossessionato dall’opera di Victor Frankenstein, parte alla ricerca del mostro per continuare la sua eredità. Ne nasce un dramma intimo tra due esseri condannati: l’uno dalla propria hybris, l’altro dal proprio aspetto. Nel cast troviamo Oscar Isaac nei panni di Victor Frankenstein e Jacob Elordi in quelli di Frankenstein.

Frankenstein di Guillermo del Toro torna su Netflix
Il film di Benicio del Toro è come una sorta di sequel spirituale del romanzo di Mary Shelley, pur restando fedele al cuore tematico dell’opera originale. Elisabeth Lavezza indossa qui un abito blu che ricorda i raggi X, scoperti nel 19° secolo.

Un mostro vegetariano: la scelta etica di Frankenstein

“Il mio cibo non è quello degli uomini; non uccido l’agnello o il capretto per saziare il mio appetito; le ghiande e le bacche mi offrono un nutrimento sufficiente.”
Mary Shelley, Frankenstein, 1818, cap. XVII

Il poeta Percy Bysshe Shelley e il vegetarianesimo
Il poeta Percy Bysshe Shelley scrisse un testo rivoluzionario per l’epoca Vindication of the Natural Diet”, un opuscolo che promuoveva una dieta priva di carne, pubblicato per la prima volta nel 1813

Chi pensa che vegetarianesimo e veganismo siano invenzioni del XXI secolo si sbaglia di grosso. Già nel 1818, Mary Shelley scriveva di un mostro che rifiutava di nutrirsi di carne, preferendo bacche, frutta e ghiande. Una sensibilità etica e naturale dimenticata da molti adattamenti cinematografici, ma centrale nel testo originale.

Se i tratti terrificanti – come il volto sfregiato, le viti nel collo, i movimenti goffi della creatura sono stati resi celebri e amplificati da film e fumetti, quasi nessuno ricorda la sua sensibilità verso gli animali.

La stessa Mary Shelley e suo marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, erano convinti sostenitori del vegetarianesimo. Percy pubblicò nel 1813 A Vindication of the Natural Diet, un testo pionieristico che collegava alimentazione, salute e moralità.

Nel libro di Mary Shelley, Frankenstein viene descritto numerose volte mangiare e bere. La sua dieta è determinata da ciò che trova nel suo cammino e, nonostante abbia occasione di mangiare la carne, preferisce cibarsi con bacche, frutta, pane, formaggio e ghiande.

Il simbolismo del cibo: Prometeo e il “peccato” della carne

Il romanzo porta un sottotitolo eloquente: Il moderno Prometeo. Come Prometeo rubò il fuoco agli dei, così Victor Frankenstein rubò il segreto della vita. Ma per Percy Shelley, il fuoco era anche simbolo della corruzione umana: rese la carne più appetibile e l’uomo più distante dalla natura.

Rifiutando la carne, Frankenstein rinnega il dono di Prometeo, scegliendo invece una via di purezza e compassione. Un gesto che lo avvicina agli animali e lo colloca, paradossalmente, su un piano morale superiore agli esseri umani che lo rifiutano.

Percy Bysshe Shelley, nl suo trattato, aveva giudicato il fuoco come simbolo della caduta dell’umanità. Il poeta britannico era convinto che, rubando il fuoco, Prometeo aveva permesso che fosse utilizzato dagli uomini per “scopi culinari”, rendendo così la carne più appetibile e digeribile, rendendo, inoltre, più accettabile il consumo di cadaveri.

È solo intenerendo e mascherando la carne morta mediante la preparazione culinaria che essa diventa suscettibile alla masticazione o alla digestione, e la contemplazione dei suoi succhi sanguinolenti e del suo crudo orrore non suscita intollerabile avversione e ripugnanza“, ha scritto Shelley nel suo A Vindication of Natural Diet.

Vegetarianesimo romantico e giustizia sociale

Per Mary Shelley, mangiare carne era “innaturale”,  era una fatale conseguenza della cacciata dal Paradiso

Nel XIX secolo, non mangiare carne era una presa di posizione etica e politica. I vegetariani romantici come Shelley vedevano in questa scelta un modo per:

  • preservare la salute e l’armonia con la natura,

  • opporsi al lusso e allo spreco della borghesia,

  • promuovere uguaglianza e giustizia sociale.

Mary Shelley, influenzata dal padre William Godwin e dai pensatori progressisti del suo tempo, trasformò questa filosofia in letteratura, dando voce a una creatura che, pur rifiutata dal mondo, rifiutava a sua volta la violenza.

Carol Adams e la lettura femminista del “mostro compassionevole”

Carol Adams nel suo libro " The Sexual Politics of Meat" rislette sul vegetarianesimo
Una delle riflessioni più profonde sul vegetarianismo del mostro è quella della scrittrice femminista e attivista per i diritti degli animali Carol Adams nel suo libro ” The Sexual Politics of Meat” .

La scrittrice e attivista Carol J. Adams, nel suo saggio The Sexual Politics of Meat, interpreta il vegetarianesimo del mostro come segno di empatia e sensibilità morale. Frankenstein diventa così un specchio etico dell’umanità, un simbolo della compassione che gli uomini — e non i mostri — spesso dimenticano.

Adams dedica un capitolo a Frankenstein, in cui tratta della frustrazione provata per il rifiuto da parte degli umani. Originariamente innocente e privo di ogni crudeltà, la creatura incontra la malvagità umana non appena entra nel mondo; le persone lo attaccano con pietre e pistole. Il mostro alla fine arriva a capire che “qualunque siano i suoi standard morali inclusivi, la cerchia umana è tesa a escludere lui e gli altri animali“, scrive Carol J. Adams.

Il vegetarianismo di Frankenstein è interpretato come un codice morale più inclusivo di quello degli umani. Così, il mostro diventa uno specchio morale dell’essere umano che lo ha creato e, per estensione, del resto dell’umanità che reagisce a lui con rifiuto e violenza.

Cibo e umanità nel Frankenstein di Del Toro su Netflix

Nel film di Guillermo del Toro, il cibo appare appena, ma in modo profondamente simbolico. In una scena toccante, la creatura osserva un cervo mangiare bacche e lo imita, condividendo un gesto di tenerezza con l’animale. Poco dopo, contempla un pezzo di pane, come se riconoscesse in esso il valore della vita stessa. Pane che gli viene offerto come simbolo dell’accoglienza dal vecchio che gli insegna il valore dell’amicizia.

Un dettaglio apparentemente minimo, ma coerente con la tradizione letteraria di Mary Shelley: il mostro come figura di umanità negata ma profondamente etica.

Conclusione famelica: il vegetarianesimo come atto di umanità

Perchè vedere Frankenstein di Guillermo del Toro su Netflix?

Il Frankenstein di Mary Shelley, oggi rivisitato da Del Toro, ci ricorda che la compassione è il più umano dei sentimenti — anche quando nasce da un corpo costruito in laboratorio.
Il rifiuto della carne, la cura verso gli animali e la consapevolezza alimentare diventano così un potente messaggio culturale, più attuale che mai.

Crefit photo copertina e foto relativa alla serie: Netflix

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Written by Monica Viani

Giornalista e blogger specializzata in enogastronomia e travel, non amo i confini e i pregiudizi, nemmeno quando mi siedo a tavola. In un calice di vino, in un piatto si nascondono storie, speranze e gioie di interi popoli. Cibo è cultura, contaminazione, convivialità, potere e tante altre cose da indagare con spirito famelico. Con Fabrizio Bellavista e il suo sguardo aperto al futuro, cerco di affrontare il mondo del cibo in chiave culturale. Il mio unico imperativo categorico? Mai fermarmi al primo morso, ma divorare tutto ciò che può essere degustato!

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