Cibo e femminismo: il saggio “Faminismo. Il sessismo è in tavola” indaga il legame tra cibo, sesso e genere. L’alimentazione è al servizio della sottomissione delle donne?
Perché si associa il lavoro agricolo al genere maschile? Perché i “grandi chef” sono prevalentemente uomini? Perché esiste la convinzione che le donne debbano mangiare di meno? Essere femministe significa diventare vegane?
Il gustoso e succulento saggio “Faminismo. Il sessismo è in tavola” di Nora Bouazzouni, giornalista framco- algerina, traduttrice e attivista femminista francese, indaga il ruolo delle donne nelle cucine e in agricoltura. Si tratta di un breve saggio suddiviso in capitoli, ognuno dei quali esplora un tema specifico relativo alle donne e al cibo, dalla preistoria fino ai giorni nostri.
Dove si nascondono le donne chef? Anche nel mondo enogastronomico impera il patriarcato? E nell’agricoltura? Qual è il rapporto tra donna e cibo? La donna è sicuramente legata all’atto del mangiare. É lei a dare il primo nutrimento, assicurando la vita ai figli. Lo fa per amore, altruismo e impegno. Tuttavia, questo gesto generoso si è frequentemente mutato in una condanna. Il suo rapporto con la nutrizione ha trasformato la cucina in un obbligo, rendendo difficile, se non impossibile, il suo sogno di diventare chef..
La donna può essere una grande chef?

Si considera naturale che le donne si occupino delle faccende domestiche, di cucinare e accudire i componenti della famiglia. Ovviamente tutto lavoro non riconosciuto e non retribuito. E allora nessuna meraviglia se il grande chef Paul Bocouse nel 1977 dichiarava in tv che “le donne sono senza dubbio delle ottime cuoche per una cucina tradizionale…per nulla inventiva,,,ma non sono delle buone chef”. Eppure il grande cuoco francese era stato formato dalla grande chef Eugénie Brazier, la prima donna ad ottenere tre stelle Michelin. E che dire poi dello stereotipo secondo cui i grandi della cucina devono avere avuto una mamma o almeno una zia che gli abbia trasmesso la passione per la cucina?
Cibo e femminismo: l’esclusione delle donne dalle cucine dei ristoranti
La professione del cuoco è nata escludendo le donne dalle cucine della ristorazione. Fin dagli inizi si impose la distinzione tra cuoca e chef. La competenza è affare maschile e se una donna vuole a tutti i costi intraprendere la professione dello chef deve assumere sembianze e caratteri maschili. Le donne non sono aiutate dai media, che spesso le ricordano solo come “mogli di, sorelle di…”. E chi sfonda il tetto di cristallo, suscita stupore, incredulità. Una donna in cucina in un ristorante come fa ad essere madre? Deve rinunciare al suo ruolo di nutrice?
Cibo e femminismo: perché non si riconosce il ruolo delle donne nei ristoranti?
Il termine “faminismo” combina “fame” e “femminismo” per evidenziare come le donne siano state e continuino ad essere marginalizzate nella cucina gourmet e oggettivate come merce sessuale tramite il cibo
Il ruolo delle donne nella ristorazione è frutto di una espropriazione di un sapere antico, ma anche di un ruolo sociale. La donna è destinata a sfamare la famiglia, l’uomo ad allietare le papille gustative dei singoli commensali che scelgono dove mangiare, accettando di pagare.
E se il cibo manca o è scarso, chi rinuncia a sfamarsi? Ovvio, la donna. Il sacrificio è il suo destino. Nora Bouazzouni riprende il concetto di carnofallogocentrismo di Jacques Derrida, che descrive una gerarchia culturale, in cui la parola (ovvero la specie umana) ha la precedenza, seguita dal fallo (l’individuo maschile), e dalla carne (tradizionalmente associata all’atto dell’uccisione e al genere maschile). Ma come scriveva Simone de Beauvoir:“Ogni oppressione crea uno stato di guerra” .
Cibo e femminismo: bisogna diventare vegani?
il consumo di carne è sempre stato sinonimo di potere, dominio e ricchezza, e quindi associato al maschile, a differenza delle verdure, che sono abbinate al femminile.

Secondo Nora Bouazzouni, le donne sono considerate alla stregua della carne da macello. La nostra società legittima la violenza sugli animali, equiparandola ai soprusi subiti dal genere femminile. Ciò è dovuto alla gerarchia sociale che vede gli uomini in cima, seguiti dalle donne, e poi dagli animali e dalle piante. Come ribellarsi? Rifiutando di cibarsi con piatti di carne o pesce.
Cibo e femminismo: le diete come forma di controllo sociale
Qual è il nesso tra riviste femminili e disturbi dell’alimentazione? Perché il corpo delle donne è così sotto i riflettori? Perché è spesso equiparato al corpo degli animali?
Essere donna significa non poter eludere la realtà di essere un corpo, e un corpo è costituito anche e soprattutto da ciò che si mangia. Le donne devono prestare particolare attenzione a ciò che mangiano per evitare di ingrassare ed essere desiderabili.
“Le donne – scrive Nora Bouazzouni – devono tornare a essere il soggetto, e non più l’oggetto. Smettiamola di animalizzarle per ridurle a essere sacrificale, consumabile, dai soprannomi fortemente connotati (gazzella, oca, civetta, cagna, cerbiatta, gallina, pollastra, tigre, pantera, leonessa, cougar…), facendone a pezzi il corpo al cinema, sulla stampa, in televisione (primo piano sui seni, sulle gambe, sulle natiche), come il macellaio fa a pezzi la carne (petto, coscia, garretto, cotoletta, ecc.)”.
Commento famelico
Un libro interessante, facile da leggere, capace di suscitare dubbi e domande. Le tesi sostenute non sono sempre condivisibili, ma certo lanciano una pietra in un dibattito sempre più povero.
Nora Bouazzouni, Faminismo – il sessismo è in tavola, Le Plurali Editrice, 2023

