Qual è il significato del cibo? Non solo nutrimento, ma valore culturale, sociale, identitario. Un indicatore importante per stabilire il nostro stato di salute psico-fisica. Cibo, psiche, sensi e neuroscienze, ecco i protagonisti del nostro viaggio dentro l’uomo
Cosa ci vuole comunicare la nostra psiche profonda a contatto con il cibo? Come possiamo comprendere meglio e dunque integrare nella nostra conoscenza generale tutti i particolari emozionali che si vivono intorno al rituale del cibo?
Se il senso non è un’architettura razionale, allora dobbiamo imparare a costruircelo con ciò che abbiamo: intuizioni, ricordi, simboli, storie.
Cibo, psiche, sensi e neuroscienze: un viaggio dentro l’uomo
In questo breve excursus, scritto da Francesca Rainieri, Psicologa Clinica con Master in “Hr Management and Digital Skills”, viene analizzato il percepito dell’alimentazione, in particolare le connessioni tra cibo, psiche, sensi e neuroscienze.
Gli psicologi Vögele e Gibson, affermano: “A differenza dei nostri antenati, il cui compito principale era cercare qualsiasi alimento che fornisse energia e sostanze nutritive, queste scelte sono diventate oggi diverse. Nelle società occidentali o occidentalizzate in particolare, il cibo è abbondante, economico e disponibile in una grande varietà. Inoltre, mangiare è un comportamento fondamentalmente gratificante, ed è quindi intrinsecamente legato all’umore e alle emozioni”.
Il bisogno di cibo, oltre a rappresentare un impulso di sopravvivenza e a possedere una funzione plastica, energetica e di termoregolazione, funge da mezzo di comunicazione e relazionale, contribuisce alla costruzione dell’identità personale, sociale e culturale e permette alla persona di contribuire al proprio benessere psico-fisico e al proprio stato di salute.
Non a caso, come ci ricorda Rita Baldini, Psicologa Psicoterapeuta, l’apparato digerente e il sistema emozionale hanno strette connessioni, per cui di conseguenza l’assunzione di determinati cibi ha un effetto sul sistema limbico(ovvero, il sistema emozionale) e viceversa.
Le caratteristiche organolettiche, visive e olfattive degli alimenti sono i primi elementi fondamentali che attraggono l’attenzione dell’uomo e che lo spingono a cibarsene. Infatti sembra che solo quegli alimenti che muovono passione e che possiedono connotazioni emotive, risultino desiderabili e quindi commestibili.
Odore, colore e gusto rappresentano eccitanti psicosensoriali e, in quanto tali, rendono appetibile un alimento, determinandone la scelta, il rifiuto e la quantità che vorremo assumere. Come suggeriva Ippocrate, con un buon sense of humour: “E’ sempre preferibile mangiare un cibo anche un po’ nocivo ma gradevole piuttosto che uno indiscutibilmente sano ma sgradevole”.
La “conoscenza sensitiva”, ovvero come assaporiamo un piatto

Assaporare un piatto richiede l’integrazione di dati diversi e complessi, che derivano da sensibilità olfattive e gustative, percezioni termiche, capacità di discriminare densità e consistenza, colore e, non per ultimo anche i suoni, determinati dai rumori che la bocca produce durante la masticazione.
La “cognitio sensitiva”, ovvero la conoscenza attraverso i sensi, è stata nei secoli sempre pensata come contrapposta alla conoscenza puramente razionale. Ma, il valore della “conoscenza sensitiva” deve essere ripensato, in vista di una riscoperta di sé e dei propri bisogni.
Come sostiene Stefania Tucci, Psicologa Psicoterapeuta: “La psicologia ci insegna che lo sviluppo differenziato della nostra mente inizia a partire dall’aggregarsi di esperienze frammentarie sensoriali (tattili, olfattive, visive, uditive e gustative) e dalla relazione che queste prime esperienze hanno con il mondo che ci circonda”.
Neuroscienze e cibo, un rapporto da studiare
I sensi sono essenziali per riconoscere il cibo. Ognuno ha la sua diversa funzione e importanza. Nel mondo moderno, il senso che domina a tavola è principalmente la vista. Spesso arriva a prendere il sopravvento, tanto che oltre ad osservare il piatto, lo fotografiamo e ci fotografiamo insieme ad esso. Questa usanza ormai risulta consolidata nella nostra società, al contrario di annusare o toccare il cibo per assaggiarne il gusto, che non viene più considerato socialmente accettabile. Quindi diventa lecito chiedersi: il gusto, il piacere vengono lentamente rimpiazzati dall’immagine/apparenza?
A questo proposito risulta interessante la riflessione, seppur estrema, della blogger Laura Cocciolillo, che afferma: “Nell’era della simulazione digitale, l’immagine diviene un medium di seducente suggestione al servizio di un illusionismo iconoclastico, che nega all’immagine la sua stessa funzione rappresentativa. L’immagine non vuole più sembrare. L’immagine vuole essere.”
Claudia Sepertino, coordinatrice del Dipartimento Neuro Olfattivo dell’Associazione Italiana Neuromarketing, ci ricorda che l’approccio neuroscientifico rivela che circa il 50% del nostro cervello è coinvolto nell’elaborazione degli stimoli visivi. Questo dato risulta spiazzante se paragonato alla percentuale del nostro encefalo che coinvolge il gusto: l’1%.
Un esperimento di neuromarketing per scoprire la relazione tra cibo, psiche, sensi e neuroscienze
In approfondimento, riportiamo qui di seguito l’esperimento di neuromarketing sensoriale condotto da Martin Lindstrom, celebre neuromarketer e tra le 100 personalità più influenti al mondo (Fonte TIME) e Gemma Calvert, Professor of Consumer Neuroscience, Nanyang Business School.
Durante questo neuro test, i ricercatori hanno mostrato a volontari sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fRMI), inizialmente, l’immagine di un bicchiere di Coca-Cola. Successivamente, alle stesse persone sono state somministrato fragranze olfattive sempre associate alla stessa bevanda. Dopo aver mostrato insieme le immagini e le fragranze, i ricercatori hanno scoperto che i volontari esprimevano un giudizio statisticamente migliore rispetto alla singola immagine o alla singola fragranza. Questo perché insieme hanno un impatto maggiore sui nostri sensi. Perciò quando profumo e immagine sono ben collegati tra loro, si può aumentare la memorizzazione del marchio per un tempo molto più lungo della singola immagine del marchio stesso.
Inoltre i risultati dell’fMRI (la Risonanza Magnetica Funzionale (o fMRI) è un tipo di risonanza magnetica che viene utilizzata, in ambito neurologico, per rilevare quali aree cerebrali si attivano durante l’esecuzione di un determinato compito) hanno dimostrato che l’odore di un prodotto ha attivato nel cervello dei partecipanti emozioni simili alla vista, permettendo loro di immaginare immediatamente il nome e il logo del prodotto. La spiegazione sta nella correlazione con i neuroni specchio, cellule nervose di tipo neuronale visuo-motorio.
Ogni piatto, vigna, ricettario, territorio, è un universo ricco di strati narrativi ed esperienziali

Come scrive Anna Maria Cebrelli, psicologa e coach: “Quando mangiamo, qualunque cosa mettiamo nel piatto, non introduciamo nel nostro corpo solo nutrienti, calorie, proteine, carboidrati, minerali o la qualità energetica dell’alimento. Dentro il nostro cibo, infatti, c’è molto di più: significati simbolici, emozioni e relazioni che viaggiano nel nostro inconscio”.
Dobbiamo saper comprendere il modo complesso e composito in cui si esprime il cibo, soprattutto nel nostro Paese: ogni piatto, vigna, ricettario, territorio, negozio è un universo ricco di strati narrativi ed esperienziali. Per raccontare tutto questo abbiamo bisogno di spostare l’orizzonte un po’ più lontano ed essere aperti ad una serie di “contaminazioni”: quelle tra cibo, cultura, arte, storia, socialità, attualità, tecnologia e il vissuto quotidiano nelle “tavole imbandite” del nostro quotidiano.
Il cibo, soprattutto in Italia, è “prodotto”, “simbologia” e “liturgia”
Il cibo non è solo “prodotto”, non è solo “simbologia” ma anche “liturgia”: il modo in cui viene pensato, l’attenzione posta alla cottura, l’intenzione presente nel momento in cui lo si mette nel piatto, il clima nel momento dell’incontro a tavola, tutte queste cose incidono sulla nostra percezione generale: fanno la differenza, insomma.
Il nutrimento dunque non è solo “una cosa”, bensì un mondo in divenire, complesso e coinvolgente (o respingente a volte). Affrontare il tema dell’alimentazione, uno dei gesti fondanti dell’uomo, un gesto che, in un certo modo, ha contribuito a creare l’uomo così come lo conosciamo, significa saper leggere oltre le apparenze – seppur importanti.
Chiudiamo questo veloce excursus attraverso la geografia psicologica del cibo con una citazione di un grande della psicanalisi, Massimo Recalcati che così tratteggia un bambino con disturbi di alimentazione: “Io non voglio essere un ‘tubo digerente’, io voglio avere un valore”.
Cibo, psiche, sensi e neuroscienze sono aspetti su cui riflettere attentamente!

