Cibo e cultura: Carlin Petrini e la rivoluzione ecologica

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Ambiente, cibo e cultura: e se il problema fosse tornare alla normalità?

Il Coronavirus apre un dibattito serrato sul mondo del cibo. Si può ancora parlare di food senza fare riferimento alla tutela ambientale? Sembra ormai impossibile immaginare un futuro che non prenda in considerazione atteggiamenti più virtuosi e rispettosi dell’ambiente.

Cibo e cultura: Carlin Petrini e la rivoluzione ecologica

Carlin Petrini, fondatore di Slow Food, da tempo ripete che non si può parlare di cibo senza riflettere sulla centralità della terra. “Oggi conosciamo il Coronavirus, ma  abbiamo già vissuto altre pandemie silenziose, altrettanto letali come l’obesità o le malattie cardiovascolari.

Certo il Covid 19 è traumatico, non esiste cura, genererà sofferenza, tracolli finanziari, paure ed incertezze. Ci costringerà ad affrontare il tema delle diseguaglianze sociali e della difesa dei beni comuni.

Ci imporrà di recuperare una parola dimenticata: solidarietàÉ il momento della cooperazione tra produttori, contadini, ristoratori, albergatori e distributori. Dobbiamo imparare ad ascoltare per creare relazioni sane“.

Recuperare il senso di comunità

Il termine comunità appartiene alla nostra cultura e rimanda ai concetti di cooperazione e di solidarietà, concetti che si oppongono a quelli di sfruttamento e di competitività. Dobbiamo progettare il futuro: tornare alla fase pre – crisi Coronavirus potrebbe essere letale. Forse è giunto il momento di dare forma ad un sistema sostenibile che vada al di là della dittatura del PIL.

Per costruire un nuovo modello dobbiamo essere pronti a rinunciare ad alcune forme consolidate di egoismo, accettando di rivedere il nostro modo di vivere e di rapportarci con gli altri. Che cosa significa? Dobbiamo rivedere abitudini di consumo e metodi di produzione.

Rispetto della Terra: ripensare l’agricoltura

Non si può – continua Carlin Petrinirubare la Terra, non si può promuovere l’agricoltura intensiva o l’uso smodato della chimica“. Ce lo dicono anche i dati dei contagiati da Coronavirus nettamente inferiori nelle aree dove sono ancora in vigore sistemi di agricoltura tradizionale.

Lo dimostra uno studio della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze. Quale insegnamento traiamo? Occorre promuovere un ritorno alla Terra che rifiuti lo sfruttamento selvaggio del suolo, che incentivi un commercio capace di garantire la sicurezza alimentare, promuovendo il mercato dei prodotti tipici.

Riportiamo l’etica nei campi

Siamo stati vittima – continua Carlin Petrin– di una narrazione falsa, cattiva, controproducente per la nostra economia. Quale invasione di migranti? Si sono urlati slogan falsi, terribili, senza avviare una seria politica di integrazione. Pochi italiani raccogono frutta o verdura nei nostri campi. La verità è che senza migranti manca la manodopera agricola. E oggi la cruda verità è davanti ai nostri occhi!”.

E allora ripartiamo da un’economia promossa da quelle comunità locali piegate ed umiliate dalla globalizzazione. La stagionalità, la prossimità di un prodotto rispondono ad una logica di consumo sano capace di far crescere un territorio in termini non solo economici. Cibo è cultura ed ha il nobile obiettivo di incentivare quella condivisione che genera il vero benessere.

La rivincita delle botteghe e la tecnologia per non perdere il valore del Made in Italy

Bisogna andare oltre la Grande Distribuzione, ridare la possibilità alle botteghe o ai piccoli negozi di quartiere di tornare ad essere parte attiva del nostro tessuto sociale.

Grande Distribuzione significa:

  • un sistema di distribuzione ad alto impatto ambientale per le consegne
  • il fiorire di un nuovo sottoproletariato delle consegne
  • servizi concentrati in pochissime mani che si spartiscono guadagni enormi.

Dobbiamo demonizzare la tecnologia? No, oggi la tecnologia può giocare un ruolo importante. Non la si deve vivere come un nemico, ma come una grande risorsa al servizio dell’uomo, ricordandoci che nessun mezzo tecnologico potrà sostituire il calore dell’incontro umano.

Un contesto politico ed economico per favorire un’economia locale fondata su beni comuni e relazionali

Se vogliamo essere migliori rispetto a prima – continua Carlin Petrinidobbiamo costruire un’economia locale, ovvero l’opposto di quella che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni incentivata dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dei mercati. Solo l’economia locale permetterà in futuro di vedere e di analizzare eventuali errori. Occorre allora attivare una politica di contrazione e di convergenza, eliminando costi fasulli  e rafforzando i rapporti tra contadini e ristoratori”.

Se lo vogliamo il futuro è dietro l’angolo!

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